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Full text of "Il Paride : opera musicale ..."

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An Unrecorded Edition 

BONTEMPI, Giovanni Andrea 1625-1705. II Paride Opera Musicale, dedicata alle serenissimi altezze di 
Christiano Ernesto marggravio [!] di Brandenburgo... et Erdmude Sofia principessa di Sassonia... nella 
celebratione delle loro nozze, di Gio. Andrea Bontempi perugino. [Libretto]. Dresden: Melchior Bergen, 
1662. 



Folio. Contemporary marbled wrappers (quite worn and faded; slightly defective at spine). If. (half title), [i] 
(title), [iii] (dedication), [vi] ("Argomento"), [i] ("Personaggi"), + 43 ff. (errata to final page). Moderate to 
heavy browning throughout; occasionai staining and foxing; several small tears; some leaves loose. 

A rare, apparently unrecorded, edition (this edition, with Italian text, not in Sartori, Sonneck, Schall, 
Gaspari or Wolfenbüttel; another edition text in both Italian and German, was published in the same year), 

Bontempi's II Paride (1662), the first opera in Italian to be performed in Dresden, was given at the castle on 
the marriage of Erdmude Sophia, the daughter of the elector of Saxony, and Christian Ernst, Margrave of 
Brandenburg. The scenery was by Giacomo Torelli and the performance lastedfi-om nine in the evening to two 
in the morning. The Staging ofthe opera and the publication of the printed fij.ll score in celebration, apractice 
by then abandoned in Italy, suggest that Dresden was attempting to reproduce the atmosphere of the festive 
early Italian court operas. The action is in five acts and 39 scenes, with many minor roles and episodes 
revolving around the centrai plot. Stylistically it shows Venetian infiuence, of Monteverdi, Cavalli and Cesti, 
and it is characterized by a predominance 0/ arioso. In the text, however, 25 passages of 'Rede' (recitative) 
and 'Lied' (aria) are clearly indicated. Each act ends with a dance, the music ofwhich does not appear in 
the score; there is only one chorus, of minor gods, but there are many numbers for two and three voices. Il 
Paride has ofien been cited as aforerunner of Cesti 's II pomo d'oro, performed in Vienna six years later. They 
are on similar subjects and both are more lyrical than dramatic, showing a taste for Italian bel canto which 
in Bontempi is accentuated by the modest Instrumentation (two violins and continuo). Ermilio's lament in Act 
5, on a chromatic bass descending by a 4th, is an important example of a 1 7th-century operatic lament, 
although its comic context (the character wrongly believes he is wounded) modifies the dramatic tension, which 
is also affected by an Interruption. Il Paride represents, along with Loreto Vittori' s Galatea, a rare instance 
ofa 17th-century opera for which the composer had sufficient classical background to be able to write his own 
libretto. Bontempi described the work as neither comedy, tragedy, tragicomedy nor drama but 'erotopegnio 
musicale'. Grove Opera Voi. 1 p. 544. | 



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IL PARIDE 

Opera Muficalc. 



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IL PARI DE, 

Opera Muficale, 

dedicata 
Alle 

Serenissime Altezze 




Marggrauio di Brandenburgo, Duca di Magdebur- 

go^ Pruflìa, Sterino, Pomerania, de CaiTubii, c Vandali, di Crofna, 

& ] cgcrndorf ih SiJefia, Burggrauio di Norimberga ì 

Prencipe diHalberftadio , Minda, 

"^ c Camino. 

■Et '-> 



«> 





Principefià di Saflbnia, Julia, Giiuia.e de Monti, 

Lahdgrauia della Turingia, Marggrauia della Mifnia, e della (upc- 

' riöre, t inferior Lußtia, Con teflà della Marca, c di 

Rauensbcrga, Signora in 

Rauenftein. 

nella ceiehratìone 
delle - 

LORO NOZZE, 

Gio: Andrea BontÉjMpi 

Perugino. 

In Drefda af preßt Melchior Bergen% SUmpatordi Corttji* 

1 6 6 2, 




Serenissime Altezze 
Acque il mio Paride, acconipa* 

gnato da queir ombre d*in:)pcmia,<:hcpet eP 
|(er individuali del mio Ingegno, non (anno al* 
»lontanarfi dalla mia Penna. Ma necesfitato 
di cotnpiarire ki Campo, & cfporpe il comcnuto ddlc iùc 
tenebre, alla notitia della publica Luce; benché intimi- 
dito dal conoscimento de proprii demeriti, afficurato dal- 
la fperanza di.goder non meritate ftillc di gloria, fòtto 1* 
ombra de voftri Sercnisßmi Allori , ardifcc à* inalzare il 
^mio Nome, co'l fottppotIo,& humiliarlo a pie de Titoli 
voftri, per effer da QiJiello confecrato, all' immortalità 
ide voflri gloriofisfimi Nomi. 

Ed era <:on«cneuole appunto , che, s* Egli , per cfler* 
'tìn Allegofica espreffione, de' vòftfi dokisfimi contenti, 
altro non è eli un raggio tolto alla voftra Luce/perillu# 
minarmi 1* Inge-gno, Titornallc, (òpra f ali della fua humi-» 
liffima ofleruanza, al conueffo della fùa Sfera? accip- 
che afcefo air^ltifllmo Olimpo delle voftre Glorie, po> 
tcss cflèr fupcriore ai fulmini dell' Invidia, € fouraftarc ai 
tuoni della Maledicenza. 

Ecroio adunque, fotto la Maeftà degr occhi voftri, 
^ contribuir con tratti d' humilifllma diuotione, gì* ode- 
qui diuotlffimi del mio Ingegno. E fatcbbe anche de» 
tito della mia olferuanza, l'intefler Fregi alla grandezza 
de vofliH Meri ti, celebrando f ordinario coftume^di tribu- 
tare Encomi: e dir quai fiano gli Splendori, ò Ser^nilfi* 
mo Prencipe,dcl voftro felicillimo Ingegno, che mirabi- 
le nella fingolarkà delle più recondite fcientie, córre a 
trionfar de'iccoli, e della Morte 3 fupetiore a quanti In- 
gegni d' Heroi, icppero mai, con appa^rato di peregrina e- 
loqucritia, occupar le Greche, o le Latine Carte. E mag- 
gior della marauiglia 5 non contento de circunuicini ftu- 
pori , per efler confapeuolc del proprio Merito 5 sforza 
tutti grapplaufi della Pania, a formar voci di Voi, che 

riper. 



rlpcrcofle da* più rimoti confini del Mondo, formano un E- 
cho gJoriofa. che ui dichiara Inimitabile, oc Immortale. E 
fcriucndo di Voi, Screniffima frincipcfTa, moflrarqual fia T 
altezza delle voftrc Prcrogatiue, clic per cirer' impareggiabili* 
obligano H Cielo, e la Fortuna ad aflìfter alle voftre Gran- 
dezze 5 e quanto fia degna imprc(à del voftro Merito ineffa^ 
bile, che nell'auuicinarui, con r armonia della Cetra, alla (ub- 
limita delle Sfere, venga cofi bel Sole, a fommerger i raggi 
della fua luce, nel mar delk voftrc Belkzzc 5 e che le Stelle» 
äpprefo il moto dalla mifura de voftri Concenti , non (ap- 
piano fparger fopra l'eminenza di fi canoro Ingegno, altri in- 
fiu-fli, che di felicità. Ma troppo ardica,o Serenifllme AU 
tezzc, farebbe Topera della mia Penna, fe prendeilc a formar 
Panegirici, (opra quelle Qualità immortali, che arreftaiiipiii 
rapidi voli del Tempo, formano un Campidoglio d' eterni- 
càvpcrriceuere i voftri gJoriofi Trionfi : poiché arricchite di 
tutte q^ielf ampiezze di lodi, clic pollino fcaturir giammai, 
daircloqucntia de pili fublimiirìgegni 5 ricu^no la debolez- 
za di qucgl' Encomi, che con caratteri d'impotenza, mi fa- 
rebbero conofcer , troppo inerudito Homero a defcriuer 
gì* Achilli, troppo imperito Apcllc,a figurar gl' Akllandri* 

Tacerò dunque, per non prcndcr,nel valicarfo4ide deir- 
le voftre Lodi, ad annouerar le ftillc d' un Oceano. Tacerò, 
poiché fi come alf eminenza de' voftri Meriti, non fi può 
giunger, che colla marauiglia,cofi alf humiltà della mia oP 
icruanza, non fi conuienc che un diuotiftimo filentio, per 
non offender con una lode imperfetta Ja fu burnita di quel- 
le Glorie, che non ancora mature, hanno forza d impone- 
rirc il Mondo d' Encomi. E finalmente tacerò^ per non vfà- 
per dar pr4ncipio,a quel che non potrei dar fine. Eiiippli- 
cando l'Altezze Voftre Serenisfime, a dar merito, con un 
magnanimo aggradimento, a gl'Oflequi diuoti del mio In- 
gegno, oc afchatar,con un benigno (guardoli Tributi of^ 
ièquiofi della mia Penna 5 con humiliflìma, e profondilli* 
ma riuerenza, e F Vno, e 1 Altra inchino, 

Bt Dresäa li j. di Novemhe 16ÌÌ2. 

Di Vostre Altezze Sbreniss. 

UuMilisf^e ^ifuuìtjf. Servidore 

^^* «Gio Andrea Bontempi. 

\ A chi 



A chi Legge. 

NOn ti ptr^uaàere y o amico Lettore y ài poter éimmìrar 
neU imperfettion ai queßo mìo Parto , i ijoli d' una Penna 

* fublìme '^ poiché lo ßudio della Poeßa-^ ß come auttloy cioè ri* 
chiede la cognìtione delle Scienze più graui, e troppo alto Oggetto alt 
imbecillità del mio hajfo Ingegno-, ne fentendo in me punto di quel 
Poetico furore , e^di quel Diurno (pirito^ che uuol Platone :> ejftr tanto 
necejfario a chi deßdera d oltrarß negt affari Poetici) non ardi fco ne 
meno di picchiar ali* l^fiio delle Mufiyfapendo di non portar meco^ 
ne il merito, ne la fortuna da poterne ottener ( ingreßo. 

Il mio poetare non fi ftende più oltre, che nel formar qualche 
- Soggetto appartenente alla Mußca^ e ciò pia per ufo de miei proprii 
Componimenti , che de gf altrui ^ più per mancanza ae Poeti, che 
per Profesfjone* E fé ifiurani comandi de Serenüßrhi Padroni^ non 
ni haueffero moffo P Ingegnofarebbe rima fi in queßa opportunità^ ß 
come in moli altre, nella contemplation de fuoif oliti fileni y ì poiché, 
doue non può incaminarfi col merito^non è douere chafpiri,ne men 
còl defiderio, non che procuri di giunger còl 'volo, mentre incapace^ 
delf ^li di Dedalo 9 s accerta di douer precipitar con Icaro y nel mar 
delle proprie debolezza* 

La Materia di queß Opera ^ che comprende parte deW Hiß orte 
Trojane-, Ö* e diijija in Cinque Atti^ il Primo de quali contiene le 
Nozze di Theti, con la Conte/a delle tre Dee^ il Secondo, il Giudi' 
ciò di Paride^ il Terzo , la Partenza di Paride da Enone, il ^uar^ 
to^l Arriuo di Paride nella Corte di Helena, l Innamoramento, e 
la Rapina, il ^into, C IrJgreßo di Helena, nella Corte di Priamo^ 
con Paride; quantunque^ in diuerje maniere ^fia fiata tante , e tan' 
te 'volte rapprefentatafu leScendnon ti faccia maraviglia, fie per fa* 
re acquiflo di nuoui fplendori , dalla prefenza di tanta Luce, e fra 
le pompe ammirabili di fi famofi Spettacoli,fia nata anche dalle tenC' 
hre del mio ingegno: poiché aggirandop tutti i miei penfieri, nella 
fola fodisfattione de Serenù fimi Padroni-hoimpreßoC orme della mia 
Viuotione in quefentieri.che mifuronpreficrittt dall' oßer'vanza de' lo* 
ro comandiyper contribuir congb offequi della Penna, i debiti del cuore* 
Alcuni li/ci poetici, (fi pur tali fino) da quali, con lunga ferie di 
Verfi, ß cagiona la prolùfità de Recitatiuii che mi coftituifce partia' 
iCipiu della Poefiat che della Mufica,fin nati e dalla breuità della^ 
tesfitura , per la àifiunione degl' Atti, e perche, hauendo douuta eßer 
tradotta in lingua Tedefia,per intendimento di quei, che non hanno 
cognitione della fauella Italiana, f da credere, che la Lettura hab' 
bla da eßer e il principale Oggetto : masfimamente doue fimili compo^ 
nimenti, non hanno fatto ancora (pettacolo dififiesfi> fra i luminofi 
fplendori del Teatro^ Onde ne viene in configuenza, che fi queji 

opera. 



Obera ^ non battra Tesßtnre artißchfij /i m denti impromß, Varietà 
éii Melfi, Fre^jiuenza d Invtnüoni ^ Breuttà di Rtcitatiai, Speffcz- 
za di Canz^nettty Inganni, Viluppii Di/ci^gUmenti-, Siìttigliezze^ Ca- 
pricci, Motti ^ AUegorte^ Metafore^ Sentenze yTrdólati^ e finalmente 
tutti quegli abbelltmenti^che debbono hauere i Dramì Mafie ali jcom* 
pfìfti per allettare ^ adulare il Genio del Secolo ^ non haura ne 
meno Spettatori naufiati^ come altroue ^ dalla frequenza di tantt^^ 
e tante Opere, che l'aßoltino^ 

Ma riuolgendo nella mente la Materiale la Forma di quefiOpera^ 
differente da quante mai ri habbia^o afioltate-iO lette ,0 praticate , fot. 
to il Cielo de piufamop Teatri d Italia : ^ impiegando tutta la form 
za del mio debole Intelletto) per troudr qualche diff er enza,o generi- 
ca, fpecißca, chela riduca /otto un nome-i non di£entaneo dalla quali' 
tà che contiene : terno ^ non habbia la mia Penna partorito il Mofiro d 
tioratìo, poiche^confiderandola^diuidendolaye jottalternandola ^ parm 
te, a parte , non ß ridurla ne a Genere, ne a Specie alcuna^». 

E diuifa in cinque Atti: ma il Primo, non eomincia, ne la Ma- 
teria» ne f Argomento, il Secondo , non riduce le evß in Atto, il 
Terzo t non porta gt impedimenti, il ^arto^ non moflra la "via di 
rìfoluer^» il ^into% non rifolue artißcioßament^. 

Non u ha Prologo, che faccia la folita Orationt agli Spettato" 
ri. Non u ha Prot aß, che narri la fomma delle coß_f^ Non u ha Epi" 
tafi, che cominci a confonder la Tesfitura.». Non u ha Cataß^ßyche 
dimoßri il colmo pm con f ufo di quella. Ne u ha Cataflrofe^ che ^naU 
mente la riduca in tranquillità non afpettata^^ 

Non e Comedia ; poiché la materia , che contiene, non e tratta 
da attioni ciuili^e priuatcj^ l^on è Tragedia i poiché non esprime^ 
ite conclude e aft atroci, e mifer abili. Non è Tragicomedta ; polche 
non partecipia , ne della Comedia , ne della Tragedia-», DoU" 
rebìj effer Drama j ma la qualità del Soggetto, e della Tesßtura^^ 
non ammette ragioneuolmente f impoßtion di queflo Nom^, 

Sarti per nominarlA^EROTOPEGN io Music ale (i^pcürovrmyviov 
Muficum, quod cft Ludus de Amore, ad Muficam perti- 
tìC(ìS) ma per effer nome inußtato, quantunque fondato fu la Ragie" 
nei non fo fifa {Lettore) per fodìóf arti» 

Se ti par conueneuole ; concorro ancB io a riconofierla ^ len^ 
che fuori d ufànza, con queflo Nome, Se non ti pare i già chcß 
non è, ne Drama, ne Tragìcomedia, ne Tragedia, ne Comedia: Ec^ 
coli dunque i Argomento ^ il quale ^ moßrandoti gl^ Oggetti della fra 
Quiddità, ti porgerà occaftone d attribuirle, e quelTitolo, e quelNome^ 
che pia tt parrà proportionato* Ed io, già che la capacità del mio de* 
hole Ingegno^ non e bafieuole ad efprimer t effintia de fuoi proprii Par^ 
tii nafcondendo i difetti della mia Penna , fatto l eloquenza del tuo 
Giudicioy mi chiamerò contento^ d adherire alla tua opinione-te di 
lottofcriuermi alla tua fentenza^. Vivi Lieto» 



ARGOMENTO* 

ATTO PRIMO, 

SCENA I. 

GIARDINO d' HESPERU. 

E See là Difcordia dall'Inferno, entra nel Giardino, fi lamenta ^inon es- 
fer chiamata alle Nozze di Theti, rifolue di vendieat&ne, rapifcc il Po- 
mo d' oro, e poi volando fi parto- 

SCENA IL 

so MMITA del MONTE PELIO. 

■ a 

Ti Agiona Sfluio Paftorc dell' incoftanza amorofà, riconofce il luogo dc^ 
*"^amorofi godimenti con Eurilla j Ja vede, e fi ritira per afcoltarJa... 

, SCENA ML 

Sprìnne Eurilla, che non ui fia maggior contento, chel' efìer innamorato. 
Siluio le fi fa incontro, la richiede del tempo nel qual debba confolar le 
fce^pene, e le conferma la fua coftanza. 

SCENA IV, 



E 



P Urlila afficura Siluio della Tua corrìfpondenza in Atnorc, e lo confola 
-■— 'colla fperanza: Lucano, anch' egli Paftore, afcoltati i ragionamenti 
loro, rimprouera ad Eurilla la rotta fedo. Eurilla gli conferma le Tue 
promefTe. Silvio fé ne lamenta, e vìen confolato da Eurilla, che fcopren- 
dofi innamorata di Ambiduc, dichiara il modo col quale debbono egual- 
mente amarla.,» Lucano, e Silvio, fi lamentano della fentenza d' Euril- 
la.^. Lucano ricorre all' inganno: ma accorgendofi> cfìfer dai Dei più in- 
feriori, appar^chiato il Conuito, per le Nozze di Theti, feparatamente il 
.partono. 

SCENA V. 

lAlfcende la Difcordia, e difcorre, che non vi fia la più dolce cofà , cbe la 
•■-^Vendetta. Accorgendofi, che comparfi i Dei , già fiedono alla Menfa; 
lì nafconde per gittarui fopra il Pomo* 

SCENA VI. 

5 Dei pili inferióri, apparecchiato che hanno le Mcnfc, cantano, fotto Figu- 
Ta d'. Allego ria, in lode de' Sereniffìmi Spofi. La Difcordia gitta il Po- 
mo, e poi fi parte» Giunone, Pallade,e Venere vengono a contefa, per 1' 
acquiftodel Pomoj ricorrono alla fentenZa di Gioue, ed Egli rimette la 
Caufa al Giudìcio di Paride. Scende una Nuuola dal Cielo, nella <juale en- 
trano le Dee, e per comandamento di Gioue, guidate per aria da Mercurio, 

fé 



(fe tì€ vanno nella Frìgia a rìtrcuarlo* Ck>'l Ballo chc'poì fegue fra gl* akrl 
t>d, che r^ftano, finifce il Prim Atto. 

ATTO SECONDO. 

SCENA I. 

BOSCO 
mi Manie Ittt^ 

EKòTie rammemora a fé fìe^a, qua! fia l'amore, che porrà a fzMz^ £$• 
prime, che per fi bella cagione le fia foaue ogni tormento 5 e dalle pro- 
prie pene, caiia argomenti per render impenetrabile la fua coftanza, Ye* 
de venir Farjdt:, e ^li li fa incontro» 

SCENA II. 

P Aride, & Enone ftabilìfcono ütf intiera^ e piena fermezza ai ìoro amor^ 
E non« fi partc^» . Paride refta , e fi rallegra d' efier amante d* Enong^ 
Esplica la poiTanza d* A more, e come fi debba amare : confolandofi nel!' ar- 
4or di quelle fiamme, che gli confumano dolcemente il petto. Scenden- 
do Mercurio, Giunone, Pallade, e Venere dal Cielo, iHen forpr€fo da un im- 
l^rouifo ftuporo» 

SCENAIIl 

P Aride riceiiè da Mercurio le com-miffìoni di Giòtiè, e lì dìrpone altjìu^* 
fcio. Ijiùnone, e Pallade:, esprefle le loro ragioni, tentata in vano la fua 
tofìanza , fdegnate fi patrono. Venere , ottenuto vittoriofamente il Pomo, 
io confòk colla fperanza dell' acqnifto d' Helena j ed Egli > fpinto da' nuouì 
ili mòli amorofi j ri foiue <l' abbandonare Enone, e palelarfi ai Padre j e tras* 
feritofi alla Corte di Sparto, rapir tìekna a' Greci» Co'l Ballo di Paftor^ 
tke fegue, fini-(c€ il Sccond' Atto» 





L' 



SCEMAI. 

in lontananza, 

rpf)ó Pallore, Ä lamenta degì ihganfiìamorofi>è àeìla icrudelà della fòa 
Ninfa $ confólandofi col Canto. 

SCENA a 

pilóne fi daok àtrtàràm^nte dell* 1 mpròitifa paietèft2a ài P^iàh> feglì la 
^cOnfola con parole, ch'esprimono Amore,e Fede^» Difcorrono fopra 
gV effetti della Speranza. Paride lì parte* tenone fi rammarica, è rifoluc 
di non mancar mai di fede» benché lontano, al fi:iù dolcifilnxo Parido. 



SCENAIll 

CEriipo) Ninfeo, Corimbo Fanciulli, venuti a disfida Topra il Giuoco de! 
la Ciuètta,ritropàtoìì' luogo opportuno, attaccano il Giuoco, Sopra ue- 
rcndò'un'*Orfò'intràlaf6lano digiiicarc ,'è fuggundò ipòn^ònò €nè al Terzo 
Attó^ 





SCEMAI 

■BOSCO ßprä a ZITO di SPORTA, 
con MARE inÌotit4ii4nzìi. 

Rrìiia Paride al Lìto di Sparta j difcende dalla Natte ^'é'tomattdato a* 
Compagni, che afpettino la Tua ritornata^ entra nel Bofco, 

SCENA il 

't3 Aride, fentendo il Corno,* e la t^òìée d' un'Cìà"eciaìore>'che gli s' "àuuicìna, 
•^ fi ferma, e finge di dormire-». Melindo Cacciatore arriua, e canta fo- 
■jjrc il diletto della Caccia, & efTéndò carico di Prede fi rauuia Verfo là Cit- 
tà: Suona il Corno, e Pande-finge di fijegliarfi , lameritandòfi che gl'i uen- 
ga interrotto il ripofo. Melindò gli s' accoda, e gli domanda chi iìa» Pa- 
ride dice,e{rer Dorindo Mufico, natio di tarfo, Città della Ciricia> 'partito 
per andare alla Corte del Re di 'Cipro: ma' che afialita la Nauc dà una fie- 
ra Tenipefta, fai uatofi notando, fia finalmente peruenuto aquelLito, o 
mentre fi rammarica, Melindo lo confola, e locondu^ce ^lla Corte, per iprè- 
^Hsntarlo ad Helena^ 

SCÈNA ni 

STANZE di HELENA. 

^tJEÌena esprime la dolcezza, e la forza d'Amore; Àrgenìa fua Damigella, 
^l'amarezza, eia vanità. Helena apprez;?a le fiamme j Argenia le di- 
%rezza*^l' Vna ftabilifce di viuer amand«, è l'Altra di 'fuggire Amore-». 

SCEiSIAlV-. 

M Elindo prefenta Paride aä Helena* Amóre difcefo dal Cielo, faetta ,Je 
r Vna, e 1' Altro, e pOÌ fi hafconde» S' innamorano nell' iftefifo pun- 
to. Helena fé ne marauigìia, e dòrtìànda a Paride chi egli fia. Paride 
richiede altro tempo, & altro luogo per ìfcopriffi. Lodano Ja Mufica, e 
Paride canta, Helena, fentchdofi ùie pili inMmoràta, inuità Pàride a fer- 
marfi) e üa^'rnella fua Cortc^. 

SCENA Y. 

CORTILE. 

. T Upino Staffiero cerca di Scrina Damigella di Cortéj di cui loda la bellez- 

■*^za. Ma non contento di lodàre> o le chiome , o jgl* occhi > o la bocca, 

n ferma fopra le Iodi del Nafo» 

^ SCE- 



, , SCEi^Ä VI. .,_ _ ^ 

ÀÌSTcròcco (pazza tor di Gòrté> pale fa à Lupino # èfler* itinàmbfàtò* S*. 
accòi'danò di cafttar in'fiéme : rHà nòti potendo Ancfoccò, per eflet Tei»- 
lingùarò, pareggiare il tanto di Lupino, iupiiro fdégnatò fi parto» Àtt» 
cròcco npigììa il 'cantò> e rcilingùàtatìietìte cspriftìè i próprii amod-. 

SCENA VII. 

STANZE feMoUd'HELEM, 

LJElèna,'ntifataìfì Welle più remote ftatizè, esplica letìafnftiè> thè pfòùi 
*- ^per Pàride, dà lei creduto Dòrindò, e riprende le pi-òprié afFéttioni, che 
óbìigate al gòditììènto de' più fùbliniii ^aftiori> torràriò ad inchiiiarè "un toß 
bafifo Oggetto. 

^ SCENA V MI 

p Àride paffa nelle ftanzè d* Heìènà , & è dà lèi riprefo 5 Ma difcòpertofi 
^ PrihcipCi & innàrtiorato, chiède perdóno dell' àrdittientò, e refrigerio ali* 
ardoro» Helènà vinta da fi potènte ailaltò , giltà'tàfi fópra il Iettò , fa delle 
proprie br-accià aitjòrofa catena al collo di Pàfide^ 'è méntre fì dàanò a bà* 
ci, Amóre ferra le cortine) & èfce della ftànzà_i> i 



Am 



A 



SCÈÌSfAlX. 

ótt esplica là fuà polTanza , è pòi volaridò fi jpàrt^é 

SCENA X. 

OÌÀRDINÒ con LÒQGS, 
Rgcnià 'canta fopra la vanità degl' Amanti* 

SCENA Xì. 



tARafpo Giàfdirtièrè difcòpfe ad Armenia le fùè Bàìtritnè> t dóppò effer dà 
■^^Ici beffa to> atnbidüe fepa rata niente fi partono» 

SGENA Xli 

PUZZAI M TEMPIO ì^iFÈÌSlERè. 

P Àride arriva all'ìfola di Cithera, & afpetta Helena fuòri dèlTcmpio di 
Venero. Èfcè Helena dal Tempio > è Paride la ràpifco. Cori uh' 
Abbattimento di Trojani, è Gteci, douè i Greci, cèdendo alla fòrza de' Tro- 
iani, doppo un* oftinata battaglia, prèndono finalménte la carica^ finilce Ì* 
4tto Quarto« 



/IKT 






i ^ j. ^s^^y 



SCENA l 

FfU MAM mUe CAMPAGNE ^ TROyj. 

ENfóne esprime i torrnénti , è la geìoìià > che prouà per là lòiltànàn^ dtl 
Tuo cariilutìò Paride j lè fi confola còlh rpeiranz«u% 

SGE* 



SCENA II 

O^Ronte Meffaggiefò <3i Paride, caminando inoerfo Troja, per dare àti- 
nuntìo a Priamo della Rapina d' Helena, e dell' arriuo d' Ambidue, s' 
incontra io Enone, da cui gli viene infegnata la Strada-.» Enotìe, discor- 
rendo C(&n(ì)ronE€) intende il ritorno di Paride, e ü rallegra: ma foggiun- 
^endo Oronte, che arriuerà con Hckna, cangia in uno dante V alleare. za 
in cordoglio» Oronte fcguita con ogni prerfezza il fuo viaggio j ed Ella 
-anfiofa d* intender .più ditlintameilte il fuccefio , gli va dietro per ra^iim- 
fcrlo, 

SCENA IIL 

STR dDJ rìmota della CiTfä , c<m JRBOJ{f, 
• e RUUINB. 

jjltgauro Scruo di Medoro, mentre porta il Vino al Padrone, venirtogli 
^--'fete, tenta d' aprir la CafìTetta, in cui fono rinchinfe T Ampolle j e noa 
potendola aprire ii-fdegna. Apertala finalmente, aìTap^gia il Vìno,IAro- 
natolo cfTer dolce, ne bee a poco a poco tanto, che alla ti«eVinebri«t_.i ' " 

SCENAIV. 

LIBRARIA, 

Mläörö Precettore 3e l^aggì, ammaéftra Hirferiò, & Ermiìlo. 'tgìinò> 
in vece d apprender la I ettione, contemplano le Figure fauolofe d' £^ 
Ibpo» Accorgenaofene Medoro, gli riprende: mä rirpondendo Eglino> 
che per efler Nobili , non ;gli fia neceflfarJo lo ftudiare, deridendolo fi par- 
tono. 

SCENA V. 

M Edorò, dolendofi d'effereifchernito, difcorre (oprala Virtù j e Ibpra là 
Nobiia» 

SCENA VL 

' tOÌ^ICO conGlAJiDlNOm 

LONTANANZA, 

E None, non hauendo potuto raggiungere il Mefìaggierò, |)€?ui€fìe anch' 
«Ila alla Corte, per ritrouario. 

SCENA VII. 

Mlrfeno, & Ermìlló vedono Enòne, & invaghitifì della ìual^enezzaVproctt^ 
•^rano di rapirla : M a venuti a contefa fòpra Y clettione del luogo , in cui 
debbiano condurla, Enone gli tkt dalle mani. Venuti finalmente ali* 
Armi, Ermillo refta ferito, e fentendoìì vicino al nlonre> fi duole della fua 
fticntura, non (àpendo da chi nccuer conforto* 

SCÉNA Vili. 

Ekgaufò, hauendo co'l dormire discacciata V ebbrézza, con un* Ampolla 
di Vino iù mano, esprime il fuó contènto. Aftolta i lamenti d' Ermil- 
fo, è raòflo da compaffione, lo confola co'l Vino, Ermillo bee, e rihauutò 

alquanto gli fpiriti uit»lij appoggiatoli «1 braccio d' Ergauro, fi parto. ; 

SGE* 



SCENA I5C. 

Stanze ^i prUmö. 

PKhthò rìcéiiutò f autìfo del ritorno di Paride, e deìla l^apitià '^' ljeiené| 
ne da informatione ad Hecuba, e ripièYii à' allegrezza vanno a -dtfr.gV or* 
^im neceflarii, acciò fieno preparate le hiotU^^ 

SCENA X. 

MTICAMERA Ji HSCUSA. 



w 



Ilinda Oattiìgcìià fi rallegra d' etolntìamoratà, e lodaìàèókczza #Ä* 



tnore.^ 

SCENA Xf> 



P Nòne, per non erfer più mòìé'ftatìa da' Paggi, vcfìi'tafi da Ragazzo, Vàeeri 
•*~^cando il Meffaggfero, Filinda itJgànnata dall' h abito, fé ti' in fi a mora, di (i. 
«crrono infieme-, & Enone, fingendo 4' tffev perfuafa, promette "d' amarla-^, 

SCENA XII 

PUZZA col PALAZZO RBMè, 
in Pro/peno. 
C'umilio perdona ad Hirfenoj il qùal con Ergauro procura di Vèdt!*gìi la 
ferita: ma n^on tVovandofi in Ermillo altra ferita, che 1' impresfìoné^ 
Hirleno fc ne rallegra > e con eflfolui fi parte. Ergauro refta attonito , é 
ftupefatto della fciocchezza d'Ermillo,& hauendo intefo aimicinarfi iltem^ 
;po delle Nozze di Paride, con Helena^ ftabilifce di porger ant:h' egli all^* 
:grezza a fc fteifo. 



A 



SCÈNA ^^ÌÌL 

Rriua Paridci <S: Helena ih Trójà, Bnòrie gli vede , e fi rämftia:r!cljc 



SCENA XIV. 

pNònè fi duóìè amaramente d' efiere fiata abbandonata da Paride , e dò'j^- 
■•"'pò una lamentevole efiaggeratione fi partes rifolùtadi àiorìre, pernia 
Vi uer in continuo t<H*n3ento. ' , 

SCENA xy, 

Saia REALE. 
pRìamo,& Hecuba, accompagnati da tutti gi'altrì Prèntipl, e Priticìpcllfe 
Trojane, lodano le Bellezze d' Helena , ed ella fi dedica ad Arnendue per 
l^ìgliuola. Esprima la perdita fatta dèi Cm Regno per feguir Paride, e 
Priamo, promettendole maggióre Imperiò, la concede a Paride in MogHo» 
Col Bàlio, che poi fegue di Prcncipi, e PrinciptiTe, finifce ii (^into Ano, <j 
tutta V Opera irifien^o» 

Il Compimento dell' Hìfiórìe tròjanc , vieti ràppVerentàtó con 'Giofiré, 

Tornèi, & altri publici Spettacoli, degni della magnificenza di Prencipi fi^- 
nérofij 

a PER. 



PERSONAGGI 

tkW 

DtscöRdiiv* veneri. 

^lOUE, SILVIO "V^^ . 

APOLLO. LÜCANO^^^*^^'''' 

MERCURIO. 'EURll-LA Kifift. 

^IUNONB. Choro di Dei più ittfcriotì. 

•PALLADÈ. Choro d* Amori. 

, ; ^a S€enarap{)rcfeüta il Giafdino d' Hefpèria, t la fomnrfddcl M^ftìftfc 



ATTO SBGONDa 

IKÓ^S» . PALLADE» 

PARIDE. . VENERE. 

MERCURIO. Ghoro d' Amorfa 

^iUNONE. 

-La Scena tappreiTenta il Morite Ida. 

AXrO TERZO. 

lIPt>0 Paftore» CERISPO "^ 

-1ENONE. KINFEO ^Fanciulli Cacciatoti 

PARIDE. , CORIMBOJ 

la Scèna rap^efen tà il M onte Ida. 

ATTO QVARTa 

WÉLI^DO Cacciatore» DRASPO Giardnicro liCottt* 

PARIDE Cotto nome di Dorindòf AMORE. 
HELENA» Choro di Datmgcllc. 

ARGEN I/V Damigella. *;* Choro di Trojanf» 

luPiNO Staffìerò >:(iiCortc. Choro di Gccci, 

ANCROCCO SpazzatorcJ 

la Scena rapprèfenta ti Litò, e la Reggia di Sparta 5 X Ifola da Othèrà 
«col Tempio di Vcnerty* 

ATTO OVlNfTO» 

^>^ÒNE. HECUBA. 

PRÓNTE Kleftaggiero di Paride. PARISE, 

ÌERGAURO^ervó di Medoro» MELENA. 

KlÉ DORO Precettore» C Kòrò dì Damigeìfe 

Hirfcno\i). • Choro d' Alibardìeri^ 

ErmillòJ^ °^ * Chorò di Prencipi. 

PRIAMO.. Choro di Prinöpclte* 
la Scena tapprerenta la Campagna, e la Règgia di Trójju.^ 

^^"-^•^—^ bXlXI T" 

iBalIo di Del , e Dco. 

feallo di Paftori. 

Abbattimen^to di Trojani, e Green 

feallo di Prencipi, e PrincipeiTe. 

La Lìnea, che lungo il Margine fi ftende , abbraccia quc Verfi, che péif 
tagione di breuità^ fono ftati lanciati nella Mufica^» _ 

ATTO 



irr i III 




ATTO PRIMO^ 

SCENA I. 

GIA<1(DIN0 d' H ESPERIA. 

Xa See faibißorSa dall' In f er fio ^ entra nel Giardino, ß lamenta Hi non 
effèr chiamata alle Nozze di Tbeti^ risolue di uendicarfene ^ rapij€4ii 
^ ^mo etoro, e poi uoiando ß partes* 

Discordia. 

Ual già mai dcntf al ftno. 

Di fdcgno i t di veleno, 

^Tormentóso flagello il cor mi /peziia! 

Jo, ciie gl' Imperi a debellare auezza, 
Soura Scettri, e Corone, 
Trionfante pai^cggiò. 
Vilipesa, e fchernita al fin mi ueggio. 

Già che Theti incoftante. 
Tutta (o forza d'Amor!) d'Amor saccendc^ 
Et hor che fatta, di Nemica, Amante, 
Fra dolci amplessi à ben amare apprende; 
Co'l Tuo uago Peleo cólma d'ardore. 
In Nodo Maritai la ftringe Amore, 
Et lioggi a punto è il giorno. 
Che con mio gtàuè, e doloróso affanno. 
Colà di Pclio in su le cime ombrofe, 
A celebrare andranno, 
I bramati Himenei, 
Del Ciel, del Marc, e de la Terra, ì Dei. 

Jp fola reßo (o crude Q,dhì] io fola> 
Con fèntenza feuera. 
Esclusa fuor de la Diuina Schiera. 

Il Ciel, la Terra, e'I Mare, 
Par che'l poter de l' opre mie paucntii 
E pur non (èmpre appare, 
Ch' a fuscitarc i mali, 
Habbia i pcnfieri intenti. 



A--^ 



Qtiaiw 



""Quante uoTtc fi uede, 
'Sorger da glodii ancor, benché mortaKi 
Vero Amor, uera Fede > 
E acciò prodotta sia. 
Per alterata uia, 

La Generation, fon pure ogn hora, ' 
Discordi i Cieli, e gl' Elementi ancora ! 

Ma che tardo infelice, 
A uendicar tutu gl'oltraggi miei? 
La Discordia fon' io, tutto mi lice. 

De' perversi Himenei, 
Già corre il giorno, e già uicina é l'hora^ 
Kò nò, non più dimora. 
Che Mofanar presumo. 
De l'ingiuria il dolor, co'l mio lamento 5 
Zappo r aria, aro il Mar, (èmino al uentd* 

Acìie dunque safpetta? 
Vendetta homai, uendctta ! 

Quefto, a cui do di piglio. 
Aureo Pomo, e uermidio. 
Che di fcrittura homai 
Seditio/à adorno, 
Sarà posfente a uendicar lo Icornò* 

Andronne, àndronne anch' iö> 
E à dispetto del Cielo, 
Fra quelle piante ascofi, 
Attenderò flegnosa. 
Tempo opportuno a si mirabil' opra^ 
Che in un momento iftesfo. 
Le Nozze uolgcrà tutte foilopra« 

Armarla deftra, e'I core, 
Vò di mortai furore 5 
E con rigido fdegno. 
Fin che Y alta uendetta, 
Non sia nel cordi tutti i Numi Imprcsfi,* 
Odiar non fol : ma lacerar me ftcsfà. 

SCENA 



SCENA II 



SOMMITÀ DEL MONTE PELIO, 

Ragiona Sìiuìo deU incoflanza amor o fa ^ ricono fce ^ luogo degi à*> 
*nioroß godimenti con Etmlla ; U uede, e fi ritira ^er 4jc§lt4rla^k 

SlLUIÖ. 

I' L Dcßo d* un core amante, 
Na(ce Tempre in un baknot 
Ma in un punto ancor uicn mend* 
Se r arder non è coftantè. 

iPar che pianga, e che {bfpiru 
ì^cl mirar belca che fplcndc: 
Ada fé lungi il pie dilknde, 
Ccflàri tuctii luoi martiri. 

Ma (quivi a pùnto e il ìocòi 
Oue Eurilla gentile, 
Alteramente liumilc, 
Arfe anch' ella a 1' ardor del mio bel focòi 

Àmor^ tùchcin un plinto 
M'aucntarti. Ma taci 5 Eccola ä puntò. 



% 



SCENA IH. 



'pi' Sprime EuriUa, che non vi (ta maggior contento che !ef(er infÀnià^ 
rato. Silvio le fi fa incontro-, la richiede del tempo nel aual dtòèà 
'ionfolar le fne pene ^ e le conferma la Jua cofi anzogt 



Eurilla, Silvio, 



1. 



HurìHa* jr-^Hi d' Amor gli ftrali fprezza ^ 
V-# Donne mie gioir non può 5 
Se dian pianto, o ^uf dolcezza> 
Dicafbl chi gli prouò. 
O fortunato ardore / 
Le ferite d' Amor dan ulta ài coté« 



Gode 



Gode foì chi vive amante^ 
Altro bei) qua giù non u e 5 
Sia Icogréo , o fia coftante. 
Chi non ama e ftolto a fé. 
Amor tutto è dolcezza 5 

Non ha fenfo colui, eh' Amor non prezzai 

i 
f. 
Sfàfhf Quando mal dcntr al tuo ftno^ 

Ouc alloggian mille Amori, 

Hauran pace i miei dolon\ 

De conforti al bel fcreno ? 

2« 

Loderò gl' Aftri, e la Sorte, 
S*io potrò fra tuoi fo/piri. 
Coi tormenti, e coi martiri. 
Far beata ancor la morte. 

SCENA IV. 

EUnUa asficura Silvio della fua corrijpondej^za in Amóre -^ e to ctìkfì» 
la colla jperanza. Lucano, afcoltati i mgionamenti loro^ rimpro* 
''vera ad Eurilla la rotta fedt^. Eurilla gli coioferr)'ia le ßte promeße* 
Silvio ß ne lamenta-^ e vien confilato da Eurilla ^ che fcoprendoß inna* 
morata di Ambidue, dichiara il modo col quale debbono egualmente a- 
fnarla. Lucano jC Silvio^ ß lamentano della ßntenza d'Burilla. LU' 
cano ricorre ali inganno : ma accorgendoß, eßer ^i Dei più inßertori, 
apparecchiato ilConHÌto,per le Nozze di Theti s feparatamenteßpartonot 

Eurilla, Silvio^ Lucano. 

Eurilla, •^Ueir accefì) dcfió, 

V^Che ti diftrugge il core, ci ftn t infiamma, 

Con difufàta fiamma, 

Diftrugge anco il cor mio. 

Tu fol farai de T ahna mia foftcgno^ 

Fia eh' in breue il tuo Lpgno, 

Che nel mar del defio languisce abforto^' 

Giunga d' Amore a rift orarsi in Porto. 

cucme] . .<^™e, fogno , o uancgglo ) 

Eurilla è quefta? o crudo Amor, che ucgglo/ 

O Ipc* 



Sfhh. 5 fpcratiza fcliect 

ö mio Deftin beato / 
blò nò, troppo infelice / . 

Che di fperar, non di goder m^ e datòìi 
Poictié operando entro fi dubbia {brtc> 
Ögrti moniento a la (peranza e morte* 

Lftcatfù. Qùeftà é quella metcedcì 

Òie fi deùè a urf Amante? 
Quciia dunque è la fede^ 
Che tan ce uoltc m' hai protncflaj e tautet 

EurÈ*^ Lafcia, deh lafcia homai^ 

Adorato Lucan> l'ira, e'I furorèp 
Ciò che con lingua amante. 
Ti promifi, e giurai. 
Sarà femprc coftantCi 
A mantenerlo il core, 
tutte ìt Stellein teflimóhiò io ctóàfttò^^ 
Mó prómeflò d' amarti, e putc io t ara^; 

silv^. feurilla ànima mia. 

Se tu adori Lucah , di mt che fià ) 

tlhc tu per proua il fai, 

S*io per te viuò, e per te moro iti f cilièi 

rnnm^ 'Strano ècceflb d' Amore! 

Cònic jpottà già mài 

Amar Lucan^ & dona ad altri il coite ì 

.-' 

%ttriltki Amò te mio Lucano 5 

Adótò te mio Silvio. 

Per te prono i martiri 5 ^ 

Per te ^atgö i förpirii 

Còfi languendo, e T VSd, 1 1 Àttrò adorò f 
Et adorando innamorata io moròé 

mivì&, Vn' amoroio araore i 

Quàtìdó ad amar X àlnià fofpìrigc, chiamai 
Compagnia non animctfc in quel che inmi. 



EurìHa. Nobillflir^à GäM, 

Sempre ßra ne le voftr alme àfcofà ì 

JMa non vifia pcnoß», 

Chcgarcg^iàiido a ben oprar s'impara^ 

Cofì ne voftri petti, 

Gareggiando il dcfio 3 

Fatto più {aggio,e più fedele amante* 

Ciafcun firà nel' amor mio coftanfè, 

lucano^ Ahi che Gara amOf^fò, 

Benché diletto apporte. 
Ha per guidala Morte, 

Silvio, thi ptió fofif rir^ che goda 

Altri, nel fèn de la Tua Donna accolto, 
O non è àitiaiité, o (e pur ania, è ftoitó. 

Euriäa. ([^hi 3 pofTeder ferizà timor s'auezzà^ 

Ciò chepoiredcó poco (lima, ò fprezza* 

tuc4t2à, Ahi, cbe iaGelotifìa, 

Che da foiierchio amore, 
Nafce nel ^rt di chi fofpirà amante, 
Con flagello inceìTahte, 
Rode il Yen, punge l'alrrìa^e sferza il cor6. 

Amante iniian s appella. 
Chi noh foggiace a quel che iiuolè j -ie brdft)ä| 
Vnà Beltà che s* aimak 

Se xu r^ ami, ó Lucano j 
Se tUj Silvio, m' adori. 
Con impero fourahòi 
Vincitrice fon io de' Vöftri còri. 

Sempre à dar ìeggt al ViittOi 
Eil \rincit0i:e Recinto. 
'Voi ché^ià uinti (ictty 
Prender legge id Amöf dame doueceé 

f o fpn>d*cntrarnbi arcante : 
M* ami ciaìcuno, e fia, 
£c in amare> oc in penar godancci 



Eurih* 



Ne 



ISihjìùt 



Lucano^ 



Lucanok 



Silviòk 



Ne a iperanza niàggiòft> 

Dia nel fuo cor ricetto 5 

Però che un folo anipre , 

Non m arderà già mai, iie ì cor.neM pettòt 

Nuntia fia di piacere, pur di do^ià^ 
Voftro dcfir fia in bando, 
Douc àppar la mia uoglià: 
Cofi à puntò tìògf io, tofi còmàìidòé 

Ahi legge troppo fera ! 
Ahi fentenza leverà f 



Ö dolore/ Q tormentò! 
Impallidire, inhòrridii: mi icnto» 

Vn dolòrofò affanriè» 
Ho mài de \ alma ogni potérla ^flàka 

t)òuc. ragion non vàie, 
Habbia fòrza l' ingannò. 
Ascolta anima mia. 
Fólle fei , fé tu credi ^ 
Che fol di tua bellezza , 
Il tuo bel Silvio innamorato fia ^ 
tàr che t* adori, & altra Donna àpprèzzàt 

Impoffibil mi fembrà, —— . 
— — O Ciel che mirò ! 
In ^Uéfto breve girò. 
Preparate üegg* io Mènfe CcleßL 
Che prodigi fon qucftil 
tur^LucAn. ^\{'^^ che tanto fplendòre, 

M' abbaglia i lùrtiit t mi tònfotìde il tùìfi^ 
siìviù^ Mirar pili ftòri pass* io. 

iBuriùa. Miò Cor, Olia 'Vi taj -^-ü 






-^ Anima 



SCE 



SCENA V. 

t^J5^(P»fl?!f la Difiordia, e clifcorre tcbe non vhßa iaptu äoice ctfa , cht 
^^ìa vendétta^ Accorgendoß^ che comparfi 'i Lei , gta fadono-ottà 
Menfa: fi nafionde per gittarui fopra il Pomo* 



D 



Discordia* 

Olce cofii e la Vendetta. 



rur eh' al fin i abbatta, e oppnalàj 
Chi fo/pinge a giudo iHcgno» 
Corti pur la Vita, c'I Regno, 
il fuo prcz^zo noli fi ffima. 
Più d*ogn altra il Gore allettai 
Dolce cofa è la Vendetta. 

Corre femprC:, e non fi uedèj 
Kamme auenta, e par che dermal 
|h piiiguifefi trasforma 5 
Ne già mai pauenta, o cede. 
Più dogn altra il core allettai 
Dolce Gofacla Vendetta. 

Ma la Schiera Divina i 
Con allegrezza immen{a> 
Già s adide a la Mena« 
Jo darò qui vicina, 
Fra quefti Mirti afeosa j 
E attenderò tìegnosa, 
Auolger in contraftöi 
L'alta folennità di fi bel I^ado. 



SCÈNA VI. 



T Ùei più inferiori^ 4p^arecthi4to che bannt» le Inìenfi, cantano ^fif té 
^Figura d Allegoria, in lode de' Sirenlsfimi Spofi^ La DifcordiagittaiX 
Pomose poi fi parte. Giunone^ Pallade, è Venef-e vetigono a tont e fa ^ 
per l àcquifio del Fornài ricorrono alla fentenza di Gioue^ ed. Egli ri" 
fnette la Caufit al Giudicio di Paride, Scénde una Nmola daìcielo^net' 
, ia quale entrano le Dee, e per comandamento di GioUe, guidate per arioLà 
da Mentir io, fi ne vanno nella Frigia a ritrovarlo* C0ÌB4Ì0 che poi fi* 
Mfiffra jgf aitriDgßt chcrtßatßOifinifie Ü Brim dtf^f^ 



ChORO di Del pW inferiori, GlOUE, ApOLLO, 

Mercurio, Giunone, Pallade, 

Venere, 

xhQ caratano i 

Discordia nafcofta. Tuttigiaitri Dei, e Dee^ 



*2 

che non cantano. 



"chrü, 0| Fortunato,© memorabil Giorno/ 
^^Ch' alteramente è adorno , 
D' Himenei fi fèftofi. 
Viuan gl' amati Spofi, 
In fio eh' alluma ogn Emifpero il Sole: 
E géAerofaProle, 
Elea dal fen fecondo, 
Ä far più bello, e più felice il Mondo. 
Sia fenza fin beato, 
Queito nobii {oggiorno, 
O fortunato, o memorabii Giorno? 



''ò'mno?i€. 



Giunone. 



Queßo è mio. ■— - 

p,u.dc. ^«zi mio. 

Jo fu la prima. ' 

che diftefi la mano. 
r-emre. Fermate oh là, pian piano: 

Anch' io la mano ftefi, 

E pria d' ogn altra -' — \\ 
G'mn.Pal -— ]o pria di tutte / 

Gicuc^ Che litigi? che riflc? 

Ghe tumulti (on quefti, 
O belle Dee Celefti ? 

Giunone, Qucfto € un dono del Fato, 

eh' a me più eh' ad ogn altra hoggi uien dato; 

fAüade* Se pur non fia, che la Ragion s opprima 5 

A me fola con uicnfi, 
Poich' a prender il Dono io fui la prima* 

C O beN 



Ballade* 



jfyollth ^ bellisfimo Dono / 

Dòdo più che Ccleftej c quai ui /bno^ 
Su la Scorza lucente, caratteri fcolpiti? 
La fcrittura che u è, cofi fauclla: 
Diaf qneflo bei Dono a la pm häa^ 

Venerts» Vana /ara d' altrui la violenza 5 

Guerreggia in mio fauof Taira Sentenza. 

Giunone Ccdcr le mie ragióni, ah non poss'io 5 

Poiché fon bella, al par d' ogn altra, anch' ìà 

À ceder in beltà 
Non fu, he men farà;, Pallade auczzaj 
Difpfezzar non poss' io la mia bellezza* 

G\H,fAi vm Padre, o Padre tonante ! 
Dauanti al tuo gran Trono ^ 
Con dcuòto fembìante. 
Supplice chiedo il meritato Dono. 

La pn0]on> che uì commouc,c fere. 
Su le guance dipinta, 
tà, che ragion diftinta 
Non podà dar, de le bellezze altere. 
Egualmente uagheggio 
Le bellezze, che fono in uoi raccolte: 
Ma non può quefto Pomo elTcr di 'Molte, 

S' io do' 1 uanto a una Figlia, ecco poi l'ira, 
De l'altra Figlia, e de la Moglie infiemej 
B s' applaudo a la Moglie , ecco s'adira, 
E r Vna , e f Altra, e fi lamenta, e geme. 

Amo di par Ciafcuna, c'I dolce affetto. 
Ogni mio ftnib a paflionc ha moflb 5 
Giudice idoneo effer tra uòi iiòh pollo. 

Döuc il Gargaro altier s'eftollc in Id3> 
Vive Paftor tra bofchi in Frigia nato. 
Che di prudenza ornato. 
Sol decider tra uoi può la disfida. 
Dal noftro Sangue anch' ci dcriua, e dafcci 

Ma 



Gifiue 



Ma fin dentro le falce, 
L' ingiufta Madre a difcacciarlo attcfe, 
Per r horror che de fogni ali* hor fi prcfè. 
Sembra Paftore, & è Signor fourano, 
Figlio di Priamo Imperator Trojano« 

Paride è quefti, il cui fublime ingegno» 
Lo rende al par degf ald Dei Celefti 
De le voftre bellezze Arbitro degno. 

Irene dunque là $ Colui, che porta 
L ambafciate del Cicl, ui farà fcorta. 

'Mercurio, Per ubidir chi T Vniverlb regge. 

Farò d* un cenno inuiolabil legge. 

Giunone, Co'l cor Contento, e lieto. 

Al tuo uoler m' acqueto. 

faffade. Ad ubidir m' accingo 3 

E inquefta Nube grauida, e uolantc* 
Al felice uiaggio il pie fofpingo. 

Venere, fo di {pcmc cpftante. 

Già circondalo ho il core, 

E fènza aknn timore, 

Dal gran Giudice eletto, 

Con la Vittoria anco il Trionfo appetto, 

Gtun?àtt.vtn^ Hor' hoT fi uedri. 

Chi di nera Bellezza il Pregio haura. 

Gioutj, Già che placate »fono. 

Le ride del boi Dono, 
Cialcun fenzainteruallo. 
Prenda 1 fuo ipatio, e s* incominci il Ballon 

Ballo di Dei. e Dee. 




ATTO 




ATTO SECONDO. 

SCENA I. 

BOSCO 
nel Monte Ida^ 

'^'NoHe rammemora aßßejpi, qvalßa l amore, che porta à ÌPariatj,^ 
^~^ Esprime , che per ß bella cagione le ßa ßaue ogni tormento} e dalle 
■proprie pene ^ e au a argomenti per render impenetraifile lafuacoßawM* 
Vede Uenir Paride^e gli ßßa incontro^ 

Emonè; 

Ure dolci, e leggiere, 

Zeffiretci^volanti, 
^Spiritelli vaganti, 
Riftoro del mio core, 
Non mi chiedete più s' ardo d' amx)tt. 

Pur troppo i miei fofpiri, 
ClV a tìoi queft' alma inuia, 
Pale/àco u' hauran ia fiamma mia. 

Anzi l'anima ifteflTa, 
Da r oggetto diuino^ 
De I' amate Bellezze al Ciel rapita, 
Difcoperco u'haurà la fua ferita. 

Ardo pur troppo, e mi diftruggo, etnoro; 
Ma per Colui eh' adoro. 
Entro r ardor eh' io fènto. 
Vi è ripofo il penar, pace il tormento. 

f" Languido d' amore, 
I Mio Bene pel- te? 
I T* adora il mio core^ 
I E chiede mercè. 
K ' I Languirò, morirò, ma {empre amante?* 
.Non pauenta 'i morire alma coftante. 



I 



2* 

r li cor, che uien meno, 
I Mai (èmprc arderà 5 

La 






! 



I Là fc nel mio ftno, 
Coftaac« (ara, 

I Chi nel Regno cT Amor non ha fermezz^^ 
|<3 non cm:a fncrccdc, o Amoraon prezza, 

Ma/s^io non erro, ceco il mio Bello • ohi uifta 
Che morte arreca in i^n fol punto, e vital 
O Bellezza infinita» 
Da Coi la Jucc il Dio <äcl Ian>c a^guifta J 

Elei ò mio cor 3al petto, 
E fu nel volto afcencK, 

A vagheggiar r idolatrato Oggetto* 
Ä4a latìà/ e che defio ? 

^o non ho cor nel feno,« s'Ik) pur cor^, 

E S Altrui, non è mio : ma s' e pur mio; 

E ne'l';*rdor eh* io -fento, 

la un con i' alma incenerito , ^ Jpento. % 

SCENA IL 

p^;-/^, & €mHe'fiaèilÌfcofiù uh ifitiefTutpiem fiamma a iiä*-»> ^ 

JoUndafineU aràor di^uetit fiamme, che gä coHfufnoHo dolcemente ii 
^mo. Scéndendo Mercurio, Giunone, ValUde., e Vemu ^daicZl 





COME. 
^ide. ridice Ben. 

■--^Gonforto iTtìiàtO^ 

ria beato 

Kigcftofca, 

Se mi pòtgi un fol iìfìòxò] 

<Ì«ando rf Amote impallidiTcò, t mm<^, 

%H9nif. Sol pet tè 

Latiguiico, e pcrcH 
Ke p^tìfierò, 

Di mia fé. 



^4r*EnoH, 



'ÈHOfj'f, 



faride^ 



TI dia mal tormento, ò noia; 
Tu lei r anima mia, tu la mia giok* 

Pera il cót 
t>entr*al Tuo petto» 
Bs'aftrctco 
Fia r ardor 
A fanafla ftia ferita, 
ter tonarla morir^ibl torni in vita* 

Paride mio, ti laccio. 
II cor, che tanto il tuo bel volto adorà> 

Non farà fcnza te Jun^a dimora. 

^^ ' 

, Vanne, & in breué il ,tuó ìitorno fià> 
Enóne anima mia. 
Ah, chie pur troppo fei. 
Anima del mio (cno. 
Luce deglVocchi^miei/ 
E mille voice, e mille, 
.Sia benedetto Amore, 
Che per tanta Beltà m* accefò il core* 

J^ Amor Nume Volante, 
j Habirator degf amorofi petti, 

FcliciiUmo fin d* ogn* alma amante $ 

Con dolciffimiiaffccti, 

Porge foftegno al cor, da vita a.f alma % 

E con forza poirentc, 

E di turbato mar placida calma: 

I' Anzi è r Alma, e la Mente, 
^ d-)S' r VniVcrlo regge 5 
E de Moti, e de jCicIi> t de ìe Stelle^ 
Impcriofà, t fcnipiterna Legge. 

Chi dunque haurà nel petto, 
Cofi rigido core, 
Che non conolca Amore! 
j Amar /empre fi deuc. Alma jpìctofì* 
Non fia in amar riirofa. 



! 



Ne 



ì Ne la cocente arfuraj 

I Con eterna coftanza, 

\ Ami fenza mifiira, 

ì Ma non fenza fperànza; . 

I Che chi mifura cntr il Tuo petto il focO> 

;| Teme aitai, pena molto, & ama poco, 

I E s-adorando a non fperar s auczza, 

Lo non conofcc Amore, o Amor non prezza^ 

1" Si dolce e 1 foco, 

j ClV a poco a poco, 

J L* Alma nel petto languir mi fa 5 

Che nel tormento, 

Viuo contento, 

Ne più bramare qucff Alma S. 

r Si dolce infiamma, 

] D* Amor la fiamma, 

I eh* arder amante mai ìèmpr* io vói 

1 E s*iò mi moro, 

) Nel mio martòro, 

) Altto piacere non curo no* 

Ma che ueggio ? che miro^ ohimè eh* il <ot^ 
Colmo già di Itupor, ftupido,€ fmortc», - 
Ecfta in un mar d ampio flupore abiòrto* 

SCENA III. 



X} finde riceue da Merturìo le commìjjiom di trtoue, e p dijhom iä 
•*' Gitidicio. Giunone^ e Vallade^ esprejfe le ioro ragiom, tentata-^ 
in "TDäno U fuà coflanza , fdegnate fi partono, %)€nerei ottenuto vit* 
toj^mfaìiteHtù il Vamp , lo confila colla /pcranza àeW acófUifto d' tìele* 
^as ed £gli , fiinto da nuoui ßimol> amoro fi , rifolue £ abbandona' 
re Enòhe ,e 'palefàrfi al^àdre ;^ e trOsferitofi alla Corte di Sparta, ra- 
ipit' Helena 4' <3reci^ "QùlBalk äi Vaßorii -che fegue,fimfie ilfeconà* 



M 



ER 




ERCURio, Giunone, Pallade^ Ve* 

NERE, 1:A""'"'' 



^énuf^h* jT^Effi hottià'i ìò fleporc, 

Vùì^Clic e' ifìgombra là mente , 
O leggiadro Paftore; 
De fauori del. Ciel ricco, e pafTenr^* 
, Cionfòla i tuoi fofpiri, 
Ne temer di periglio 5 
^o fon cK Gioue, e M^flàggicro, e Figiich» 

Qnefte Dee, che tu miri, 
tìoggi s hall ine^lTo ìa contraftar tra Loro» 
Con infinite.arprezze, 
Soura la Palma de le Lor Bellezze^ 

Ma perche in Cicl fi teme, 
Di parcial fentenzas 
II gran Re de le Stelle a te Le fnüia> 
E Giudice tra Lor uuol che tu fia. 

Quello, che (a Soggetto, 
A fufcitar tanto Scompiglio, e tantò^ 
Sarà de la più Bella il Premfio, e'I Vaaro* 

^^fft/.fv Còme potrà già mai. 

Trattar caufc diuine^ 
Vn rozzo, e vii Pallore^ 
Ò Diuino Oratore 5 
Doue riftefTa ancor fòmma Tàcni.à, 
Non feppe in Cicl prónumiar Sentenza? 

Egualmente fon belle, o ie non fono, 
La beltà dì Colei che 1' Altre auànzà, 
il mio difettò accufa, e l' ignoranza 5 
Che s' ancor le contemplo ad una ad tina 
Trouat non fo difàgguaglianza alcuna» 

Ma s ancor differenza. 
Fra queir alte Bellezze, 
II Cicl fia che mi fcoprà, 
Troppo fublime, e pengliofa è T oprai 



Che 



fW- 



che fè con giufta, ed ottima {èntenza 
La man concetlc il meritaco honores 
L' odio, r ira , € 1 furore, 
Ragion poflente a pauentar m* infegna, 
Di chi farà di fi bel Pomo indegna. ^ 

Ma già, che tali fono 
Cr ordini di Colui, ch"ai Gieli impera, 
E pofto ha già decifion fi altera. 
Sotto il Giudicio mio. 
Eccomi pronto ad ubidire anch* io* 

Qlmont. Che r alta mia Bellezza, 

Da cui più volte hebbe la luce il Sole, 
Ad ogn altra bellezza il pregio inuole 5 
Conobbe il Cieleall' hor, che per Confbrte, 
M* cleffc il Re de la Celefte Corte. 

La fèntenza é già fatta, e indarno fia. 
Cercar maggior beltà dou'*è la mia. 
Poiché bendritto appare. 
Che quel Motor, che T Vniverfo regge, 
Habbia vicino a \ alma, ^ 
Colei, che di beltà porta la Palma. 

Negar quefto bel Pomo, 
Tu non dcui , ne puoi, 
A la Regina de fupcrni Heroi: 
O fé fia che tu ì neghi. 
Rendi o Paftór gl' uffici tuoi delufi, 
E'I gran Motor di cecitade accufi. 

Ghe fai ? che penfi? a che più miri invano. 
Stendi, ftendi la mano, 
Paftor prudente, e faggio. 
Forfè de Y Altre Due , 

Temi r ira, e T oltraggio? oltraggio alcuno. 
Temer non può, chi per difelà ha Giuno. 

Gli fcettri, e le Corone, 
Sol difpenfa Giunone; 

E Efc 



Paride* 



PaUade, 



Paride, 



E fc la mìa Bellezza, 

Vincitrice farai, farò eh' altero. 

Di cucca r Afia acquifterai T Imperò. 

Il voftro merco è quello, 
' Glorfbfà Regina, 

eh* i! mio douere a contencarui inclinai 
Ma /cnza ingiuria Alcrui, 
Non polTo ancor pronunciar parola, 
Poiché (ccfà dal CieF non -fiéte fola. 

Mira/ o Paftore hòmai, 
La mia Bcicà fublime, 
In cui ueder potrai ^ 
Non apparenza alcéra. 
Ma la Virtuce ellcntiale, e vera. 
La Terra,cl Ciel m'appella. 
De la vera Belp T Idea più bella* 
Tu con fàggio pciifiérò, 
S' a cònòfccr il vero, 
Haurai la menre aiiezzài 
Vincitrice farai la mia Bellezza* 

1 Téfori> gl' Imperi, 
Offri (ce ihuah Giunche, 
A chi nacque a gli Sceccri, e a le Corone: 
Ma {e con giufta mano, 
Il Pomo a me darai; 
baròcti aiìclVio Vittùce, onde pocrai, 
Occcner, confcrvar, felice, e in brcuc. 
Tutto quel Bed/cli a f Eller tuo fi dcuc, 
Faròtti ancor, con Güerreggiänce Scile, 
Victòriòfo in ogni aflalto Hoftile. 
Còfi farai, de cuòi Trionfi audace, 
Temuco in Guerra, e riuericoin Pace. 

Ciò clV a Voi fi conuiene. 
Sarà ben pronta a prcfencar la inaho $ 
E r iftcffa Ragion che u'apparciene, 
Non vi farà già mai (perare inuanòì 



Quan- 



Quando tempo ßra gf Iftesfì effetti» 
Paleferan (e fian veraci i detti. 

m^m Perche Paride ondeggi. 

Col dubbiò/o penfiero ? 
E non conofci, è nòù-aifcetni iì vcró^ 
Sei di tè Ifteffo Fuori ^ 

O pur forfè vaneggi. 
Fra Scienze, e Tefòri? 

4h>che non fi conviene, 
A la più Ricca, ó a là^piu Dotta il Pomo j 
Ma che tu *J doni ala -più Bèlla è dritto^ 
S^ a la più Bella in fu la Sxfòrzà è fcriitò* 

Già nafcefti a gli Scettri > 
Già di Virtù cotanta, 
Hoggi il tuo cor s* ammanta, 
'eh' a polleder gl' Imperi , 
Àlaggiori acqùifti invan ricerchi, ò fptfu 

Sarai tu fenza amore? 
Forfè forfè (arai. 
Se {arai le Aza core. 
Làfcià, deh lafcia hòmai. 
Ogni Rùftico Affetto 5 
Goda, goda il tuo petto, 
Se non è di Diamante, 
Fra i Palàgi Reafi, 
■L* ampio Tefor d'una Bellezza ànjantCi 

Elena apunto è quella, 
eh' ha negf occhi, e tìcl fcilój 
Vn celefte ierenò. 
Elena, la più bella j 

Che miri il Sole, ó che là Grècia ahlfüirii 
Coti foaui fofpiri, 

JPremio gentil del mioDiuin Fàuore, 
Sarà r anima tua, farà '1 tuo core. 

Ma non conferita il Cielo i 
Che la promellà miài 



Mabbh 



Habbia nel tuo pcnfiero, 

Maggior forza del vero. 

Saprai ben tu chi fia. 

La gran Madre d' Amore. 

Giudice dotto^ & amatore efperto, 

Cono(ccrÄ|li mia Bellezza il merto. 

Paride, Vane fian le promelTe, 

O belliffime Dee. 
Chi a giudicar m' eleffe, 
Conofce ancor le '1 mioìGiudicio é purO| 

La verità, non la mercede io curo. 

'» , 

Ma come efTcr potranno, 
Giudici gl' occhi miei. 
Fra (émbianti fi bei;, 

Se '1 mio cor fi confonde ad bora ad horal 
Vdito ho fi: ma non veduto ancora* 

La mente, e *1 cor m' appanna. 
Si fuperba apparenza , 
Ne pofib ancor pronunciar fèntenza. 
Di fi leggiadri Arncfi, 
Le Perle, e gl' Ori, e gl' Oflri, 
Copron de Corpi voftri. 
Con ammirabir arce, 
La più gradica^ e la più degna parte: 
Onde con voRra pace, 
Senza tema, o vergogna, 
Homai più oltre elàminar bifogna. 

Per moftrar fenza inganno. 
Quel Tcfor di Beltà, eh' in v^oi s "aduna, 
Spoglifì homai Ciascuna: 
Giudicar non fi può T alto Splendore, 
Laflu nel Ciel del più lucente Appetto, 
Da nubi ofcurc, e circordato, e ftretto. 

Giunone, Dishoncfto Paftorc, 

Non hai vergogna al core ì 



Ah 



^Àhdt. Ah fèntcnza pf oteìVà ? 

Ciò non farà Minerva. 

Vemrt^, Perche ui Ipiacc, ^ offenda^ 

Cofi grave tenzoilc? 
Perda là fua Ragione, 
Chi *1 paraggio contende* 
Abbandoni \ Impreft, 
Coleiche t^nic, e 1 fuo tlrtìòr paìefe. 

Ecco mi fpoglió, ti le Bellezze ignòta 
Espongo a gF occhi cuoi> 
Mira pur quanto vuoi. 

"^iimnt, Honeftà mi pércote, 

iE pur corìvicn, eh' io itti difcihgä ^ e fiièlL 

■^aUade, Noftfia già mal eli io celi^ 

Già che Giiinon fi Ipoglia, il Corpo rnlò? 
Ècco mi fcingò, e mi dispoglio ahch' io» 

¥md^. Cidi che miro/ ohinK, fra tanti rai> 

Come potrò già mai. 
Dì tali eftremi invcftigar \ eccedo, 
S^p^i: tanto ammirar perdo me fteflbi 

« 

Pur fi ràuuiuà, e noii fo come, il cortj 
La mente ancor ri/brg«, 
£ qua! fia la più Bella homai s 2^corge. 

A voi Madre d' Amore, 
Bcnigniffima Stella^ 

D' ogni eterna Belti^ Beltà più bella^ ^ 

La Palma homai fi deue; Eccola,^ e voftrà* 
li Cielo il uer ini moftra, 
E r Intelletto mio fo che non falla? 
Perdonimi Giunon, fcufimi Palla. 

I^tnere, Cedetemi T honorcj il Vantò q miò^ 

Di fi graue cònteìàj 
Vincitrice fon ioj 
Superata ho r Imprefif^ 

% JPaflot 



■PaUadtj.'. Paftor fei poco auczzò,. 
Ä cono(cer' il vero 5 
Ma noa curo il disprezzo, 
Poiche'fti fi leggiero. 
Ne di perfidia il tuo Giudicioaccufò 5 
Ma rignoraihza, e còmpatilco, e icufò, 

Giunone. . Scelerato Paftorè, 
il tuo Giudicio indegno. 
Troppo m* offende, e mi xommoùc a ifdcgnów 
Dunque del cieco Amore, 
Hai creduto a gl* inganni ? 
Prouerai ben gl' affanni/ 
Maledirai queir horà, 
eh' aprirti gl' occhi al pianto 5 
E la tua Stiì*pe/e la tua Patria intanto,, 
Vedrà T ultimo fine, 
Fra le ftragi, gl' incendi, e le ruincj 
E quella fiamma impura, 
th' in Toàùt iperanza il cor t' inuoluc, 
T' arderà fi > ma per ridurti in Poluc. 

'OuaPtimor, qual fpauento. 
Ti cinge il fcno, e 'i cor t opprimc/c àflalc? 
Hai teco Amore, ci fuo pungente ftralc. 
Ti farà nel dolor lieto, e contento. 

Tofto chhàurai (otto il Paterno Tcti;oj^ 
lì douuto ricetto: 

Vanne di Sparca entro la Reggia altera, 
Che fiflàndò le luci, 
Nel tuo uàgo Sembiante, 
V amorofà Guerriera, 
Fatta pietofa Amante ^ 
Àrderà, languirà con gran diletto, 
Sol per farci comune il Grembo, tìl Lcùo. 
E vinta poi da* tuoi Kbfpiri ardenti, 
Con dcfiri pungenti, 
Lafcieràl Lido Greco, 
£ doUunquc uorrai ne U6rrà tecó* 



njetieH^ 



Su 



Sii fa portenti Amori, 
Vittoriòfè Squadre, 
Portate homai fouta i Celefti Ghòrì^ 
La voftra1miìttà> e ;glòrio& Madre; 
E con dolce fauellà ji 
Palefate feftofì, 
A mille Amanti , -e milICx 
De* cohtràfti fambfi, 
E la noftra Vittoria/e F altrui Scornò* 
Fin doue nafce, e dòùc mgrc il Giorno* 

^Paride, r Già che à te cofi piacc, 

I Diua del terzo Gicl, Madcc 4' Àmòrèji 

j Andrò con paflfo audace, 

\ A riuctir deuotòj^ 

I Di fi vaga Beltà T aitò Splendore; 

I Per ottener con fi fublime Pegno, 

! Dal mio gran Genitor/ticctto, e Regnò* 



I 



I 



Padre, o Padre cortefè, 
j Cèd benigno fenibfantc , 
i il tuo Figliò, il tuo Sangue hpmai r^ècògìì* 
I jB cu picrofà Amante i 

Dà pace a tuoi cordògli: 

S* hoggi fatto incoftante, 

Hooiai ti lafcio abbandonata > e fola> 

È ùòler del Dcliinó, 

Cb* a la fe^eggia mi rende, e a te m' iùuoìà* 

1 S' io ti lafcio, ò Enone mia, 
I E un error, non di mia fé 5 
I Ma d' Amor, che mi disuia, 
J (Dolce Ben) lungi dà te. 
I Priuo ancor de* tuoi bei rai, 
J Tanto t* adorerò, qvanto t àmai| 



Ballò ìDi Pastori. 



ATTO 




ATTO TERZO 

SCENA I. 

SCOGLI am BOSCO 
in lontananza, 

f" ^0 pAßore^ß lamenta k/^/ inganni amorofiifdeìU crudeUÀ àii^ 
^^uifuA^infa; conftiandoß co ì Cantiì% 

Ltppo. 

iGn uno Àia cheto, 

E afcolti d' Amore 

JCr inganni, 
Gr affanni. 
Che proLia ne] core. 
Amante fègretò. 
Ogn uno (Ha chetò. 

f. 

"^ Ardo cime, ìahgaifcó, e moto) 
Per crudele, e ria Beltà 5 
Cérco aita, e pure adoro, 
Chi nemica è di pietà. 
Altro ben più non m' auanzà. 
Che fpcrar ftnza fptranza. 

Moßra fol rigida afprezza* 
Quando chiedo a Lei mercè 5 
E s' io piango all' hor difprezza^ 
il mio pianto, e la mia fé. 
Anzi ogn hor procura, e brama 
Morte al cor, poiché tanto ama* 

Già eh a morte ogn hòr m'inuità, 
Viucr certo io più non uò: 
Mora Lei eh' è la mia vita, 
eh' io contento alfìn (arò. 
Farò pago il fuo defio : 
Morta Leijfòn morto anch* io. 

Gi3 



Già che il corctegJio amarci 
Ho confolaco alquanto , 
Vò dar ncgua al dolore, e fine al Canta 
£ mentre il mio cantar lafcio, oc acquaia; 

: Ogft' uno Rk checo^ 
E fugga ä Amore 
GF inganni, 
Gf affa Urti-, 

Chcproua nel core. 
Amarne fegrcto, 
'Ogn uno ftia clieto, 

SCENA II. 

^^^onefi duole ÀmarafHetite deìt impro^ifàp^fienza Bi BArì^e, ©^ 
^^gà M eonfota<on p&rolt^'cfi esprìmono Amere , e Fede* Ùifcorr^m 
"hofopr/i^l' effetti de Uà Speranza, Paride fi parte ^ '^nfne fi ram* 
'marìcai e rifitve di mit mamaf inai di^e^ ÌeHcÌf9 ìmm»^ étifm 
doleUfimo Paridc^^ 

ENOlsrE, PAÄlDEt 

Qfjióne. T\Arth: fu uut>ì partire? ahi cruda fortel 
* Dolorofi partenza 
Che mi Qonduce ì mmdrtalmenie a nic^te^ 

Jìpì^tk. Dgfj confolati lìomai, 

^ellisfimo mio SqIc« 

fBtme. Clii fia che tnì confolc. 

Se tu Paride atìiato, 
Lungi da me fW uaij 
AW tormentò! ahi dolore/ 

'Fsartde. Si parte il pie: ma tccö tefta il c(?i?ö* 

Ist^ofte. Ahi crudèi dipartita/ 

r4^' Lungi da te mia vita, 

Farp "breue dimora» 

Äwrr. Ahi eh* un ibi giorno, tin hota. 

Che dico un hora? un fol momento, un punto, 
Sembra miU' anni al cor, da ce disgiuiito. 

Ü ti 



Tarìde, 



Paride. Ti laföo Etionè, a Dio. 

Umne, rÀfcoIta Idolo mio. 

I Sarà d* AréÉmbiante, 

,1 Forfc il tuo core Amante ^ 

Piouin dal Cicl 'iiiillc ìaéttc , e ttiilìc> 
Senza pietadè, a fulminarmi il petto , 
S' auien che fia ricétfò, 
D' altra Fe, d' altro Ailior, d' altre Fauillèv 

ünone. ! Sc ciò fpera r mi Kcè , 

1 Sarà ne fùòi martir X Alma ■felice. 

I Ma lalTa! a tuoi fö/piri^ 

I Darà confò rtOi e pace, 

I Una (pente fallace ? 

I Sfortunati 'martiri j i 

I In vano a confölarui il cor s afFahna, 

j IChc X ift^^ilò operar trädifcc , x inganna. 

fArìde^ ! Sòaùe è lo'fpcräre, 
I E gcnefoft) jcprc, 
,1 Entro a vatió timóre. 

Già mai s' invòlge, o perde, 
rXZhe la fpemc in amor mai fèmprc e Verde. 

Enone, j ^[^j che pur troppo (Anima bellàj e verc)> 

I E per ciò ini di(pcf 05 v 

I Poiché méntre uerdeggia, 

I La Tperàhza d' Amore, 

.. Frutto non ha per fame cibo al core, 

^p arider, Se pria con verdi foglie, 

\ La fperani^a non forge, 
j Frutto già mài non porge 5 
E lo ftelo natio reftar non'puotc 
Di Toglie ignudo, e di licore afciutto. 
Se in mezzo al fior pria non germoglia il -ìirùfltò. 

Amor da fpemc nafte. 
Con fa 'fpemc s àuanza , 
E di fpemc fi pafccj 
% fé tu yi ui in àmorofb ardore^ 



Adora- 



I Adorato mio Ben, fpcra pur, ipcraj 
I Vero amance non e chi fi difpera. 

PAr.e^. I Speriàm dunque ti tu cWtMtito ìùùCqCm 
I Priuo riniian> fc la fperanza mote, 
I E di Nutrice, e d' Alimento Amore, 

'i^ofge, E purè e ver che parti > 

Echemi hrdVo crudo! 
D Qgnì^ietate ignudo. 

Priua difi bel Sole, 
Hi ari Ijjéhdor natio» 
L' alma nel core, e 1 cor nel ten m' auuìaa, 
'Ccim'eiler può ch'io viua^ 

E pur mifera Amante, 
Scnz Aliiià, e fenza Core, 
Perduto Üxaro Bene, 
Viùo in grethbo a le pene, 
'Per moriteli dolore. 

Dipartita crudele/ ah chetò Ai, 
'"Cagiondo^fii mio danno/ 
Ma törmdncami "püre^ 
'Porgimi pure affarino, 
^Che r amotofo ardore, 
'Onde fi ftf ugge , e fi cohifùma il cott> 
Con pietöfe querele, 
'Nonceflèrà^ia mai d' cflcr fedele« 

Betìche priua di mercè, 
in fi dura lontananza, 
'Saràogn hor la mia Goßanzä, 
^n Trofeo de la mia Fé. 

TFra le pene io morirò, 
^Fortunata , e fida Amante, 
S' arderà per me coftanre. 
La Beltà che m'infiammò» 



3» Onde 



Onde accorger fi potrà, 
Chi 'J mio duol tal' bora afcolta> 
Che clii adora una Tol volta. 
Variar mai jjiù non B. 

SCENA MI. 

Ì^ÌSrfpt>, Ninfeo^ Corimbo Fanciuai, ttenuti a disfida foprA il GiUotlt 
^^deUa Cinetta, rìtrouato il luogo opportuno, attaccano il Giuoco* So- 
aprane fido Un Orfi intralaßiano di gittcàte y'e frggendo , pongono fif^ 
slT^rz^ Affé» 

CEltiSfO, HlNFEO,C0RIMBa 

^efiip§. /*xUèfto farà de là disfida il locoj 

VcPofiam le Reti, e cominciamo il Gtodi^ 

'tùr.GenN. A la Giucttà> 
Giochiam fu fu. 
'Cèr^o, Che fi^'u s' afpetta ? 
cor^Nijif, Comincia tu. 

t:erùpo. Per cominciare^ 

Farò còfi. 
t^infìe. Se uuoi giocafc. 

Da pian. (C:r,) fi fi. 

Forfè ckc qucfta> 
Ti piacerà. 
^i»flo. Ancor ci tefta. 
Chi troppo fa, 

"Cerispo. Adcflb, adcfibì, 

Toccherà a te. 
Corimùv, Vicn purc appreflo. 
K:erüpo, T' ho colto a fe^ 

Son pur da poco? 
ìiinfec, E ver fi fi. 

O che bel Gioco7 
Non è corfi ? 

Cerispo. Ocomepicftói 

Lo perderà! 
uiHfie. S'io farò dcfto, 

Ho^: fi vedrà. 

Goß 






Ninfeo. 

'Corimha, 

■Ninfeo. 
'Qer. Cvr, 

HUinfea, 



Wrtfeo^ 



'€eri^^ 
Ninfèo* 

^rimho* 

Ctrijpo, 
Corimbo* 

^ri^On 



Cofi lontano, 
Chi giocar può? 
Scendi la mano* 
Cofi farò. 

Tornaci ancora, 
E uedrai tu. 
Senza dimora, 
Poi torno giù. 

T afpetco aneli i<K 
Queftoèperte. 
Il fallo è mio , 
Scufà non e' è. 

Il colpo è fatto. 
Cedi fu fa. 

Vedremo a un tratto» 
Chi ne ià più. 

Forfè che ancora» 
Ti vincerò. 

T ho colto hor* hora. 
No no nono. ' 

Con poco affanno:,' 
Già <:adde giù. 
Queft' è un inganno. 
Cedi pur xus 

Fu colpo ingìufto, 
Tel proverò. 
A tempo giufk), 
far troppo andò. 

Lo vidi anch' io^ 
Giufto non fu, 
11 torto e mio , 
Muntre il di tu. 

eia e ho ragione, 
Vò far cofi. 
Con dilcretionc» 
Si fi fi fi. 

For(e eh' a pofta. 
Vn Orlo/ oimc fiiggiamo, ceco s* accorta. 

H ATTO 




ATTO QUARTO. 

SCENA!. 

SBOSCO fopra il LlTO di SPORTA, 
con' MARE in lontananza, 

A Rriua Paride aiUto di Sparta; dìpcendt dalla Naue^ e comandata 
^ Compagìii,' che ajpettim la fua ritornata, entra nelBofio, 

Paridb. 

I tiefte) Lido Iclvaggio, 

Wlii cui di Fere orme ^ionfufejo tniro, 

^Di fi luiigo uiaggiò, 
Sarà opportuno a ter mmarc il giro. 
Termifi pur la Naue, 
E infra queft' omlbre ^^cò^ò, 
Ciascun di voi fi prenda 
Dolce ripofo, ci mio titoino attenda. 

Eccomi giunto alfine, 
A quel blramato, e riuento Lido, 
In cui godere, in caitapir degg io, 
D' un Idolo terreno, 
Le Bellezze Divine. 

in ce dunque confido > 
Öolcc Madre d' Amore, 
Proteggi il Furto mio, 
'Co'l tuo prato Favore. 



SCENA li. 



\y Aride, fentendo il Corno, e la t)oee d' uH.Ca'cciätore ,'che 'gH s* au- 
^ uicina, fi ferma, e finge di dormire, Mélindo Cacciatore arri" 
uà, e canta fopra il diletto della Caccia , 0* ejfendo carico di -Prede ß ' 
rauuia 'ì>erfo la Città: ^uona il Corno, e Paride finge di fue^ùarft , la- 
mentandoß che gli uenga interrótto il ripofo^ Mélindo gli s' accoflay 
e gli domanda chißa. Paride dice ,eßer Dorindo Mufìco ^ natio di ^ 
Tarfo, Città della Cilicia, partito per and4:re alla Corte '-àelìle di Ci- 
'pro : ma che aßalita la Naue da una fiera Tempeßa , faluatofi notando^ ^ 
ßa finalmente pervenuto a quel Lito, e mentre ß rammarica , Mélindo 
4o (onfìla, e lo conduce alla Corte , per preßntarlo ad -Hek^as, 

Pari- 



% 



Paride^ Meondo, 



MelMo, ApE Finlffo, tè tèi 
Paridi. X Vn Cacciatore a fc, 

Me/mJo* Ho trovata la traccia > 

Ä la Caccia , a la Caccia» 

Fariiie, D fortunata fottcl 

E qual benigna Stella, 
Per introdurmi in Corte, 
Mi porge a un tratto occàfion fi t<clla? 

Mi uoglio a lui fcoptirc. 
ÌSIo no celar mi uoglio. 
Fingerò di dormire, 
E di prouar dormendo^ 
Jmprovifo cordoglio. 

^Me/mc/o. Tè FlnifTo/te té, 

XD che ficura traccia 5 
A la Caccia, a la Cacciai 

pari^(f* Già sauicina. Eccolo a punto. Amor« 

Reggi la lingua , ci core, 
D' un tuo Scruo denoto. 
Co ì tuo poflentc , e inruperabii moto, 

^eimdo^ 'Sudo, auliclo, c jmpallidifco. 

Quando a Caccia me ne uò 5 
Ma in cacciar tanto gioifco, 
eli' alerò Ben non curo no. 
Qtjefta in gioie il core allaccia 5 
Chi idefia di ;gioir corra a la Caccia* 

Prona Sol ueri contenti. 
Chi a cacciar tal* hor fen' uà 3 
Ma ben degno è di tormenti. 
Chi diletto in ciò non ba. 
Sol la Goccia il mio cor ama 5 
Stollo è Collii, che di cacciar 'non brama^ 

Ma 



JT 



tarlile. 



|Ma tempo è già eh* io volga , 
Ver Ja Città» per dritto calle il piede, 
C homai ballanti Prede, 
Queftc che graue noia, 
A gF homeri mi fanno. 
Per U bella Regina hóggi faranno. 

Chi mi turba il rjpofo? o Cieli/ o Dio! 
Si infelice fon io. 
Che di quiete in uecc. 
Dal mio pcrverfb, e inefòrabii Fato, 
Non altra pofa homai. 
Che ibfpirar, che lacrimar m' è dato. 

mftndo^ Echi fa* tu, che in mezzo ai bofchi alberglii? 

T4ridc^* Garzon fon io, che d' altro amico> e vago, 

Che di paller Armenti, o fender lokhi, 

Degi* ignari Bifolchi, 

Sdegnando il vii coftuttie, 

Patria cangiai fol per prouar fefia, 

Piedritto a giorni tnici , 

-Sott-o ftranicro CicI, (orte »più pia. 

Gentil Garzon, che tal mi fcmbri al voItOj 
In cui bellezza, e nobiltà nluces 
Deh fc brami eh' m Cielo, 
Con influii felici, 
A' tuoi giudi defiri. 
Benignamente amica Sorte arrida. 
Pria eh' il bel piede ad altra parte affretti^ 
Noiofba te nonfia, 
Narrar con brcui detti. 
Le tue Fortune, e come 
Qui tu giungefli, e la tua Patria, ci Nome 

Dorindo è W nome mio. 
Ne' fruttiferi Campi, 
Di Ciucia nacqu* io. 
La dóue al Ciel s'inalba, 
Famo(à, e altera, e tòrreggiante, e bella, 
Cicià, che Tarlo in quc confìa s appella. 



Md'mdo* 



V4ride„ 



'\P^d 



Qtfiüi Mufico Spiìrto, 
Regnando entro 'I mio petto^ m 

^tà dolc Alte del Canto , 
Negl' anni miei più fanciullefchi apprefi : 
ÌV'ia poi con T ufo intanta, 
Crefcendo il Senno/ e con l'età lo Staici 
^Qgfi prendendo a uile, 
Che fola Tarfo il mio bel Canto udillc* 
La Mufa mia^prefifle. 
Di paiìarfene in Cipro, 
•^ in compagnia de la Cjin ora Schiera, 
'Fermare il pie, la do uè il Rege impera* 

Gofì men cöifi impetuofo al Lido, 
"Sòl dal dcfiofofpintòj 
^E foura un Legno a nauigare accinto, 
Pofai le membra; e già nel Maic infido^ 
Scibko le vele hauea, 
E con placido vento ^ 
^Entro fa dolce calma, 
^^lua folcah'do il liquefatfo Afg'éhrb« 

'Quand* eeco/ahi dura forte !j in uà' IftaiEÉtfe^; 
^La n«! Mar di Pamfilia, 
'Cincia le corna infra le nubi afcondc-, 
E tra lucido, c^ ofcufo, 
Il fuo rplendor confonde 5 
Freme il Mat, ftride il Vento^j v 

E^con empio (pauentó, 
Euro crucciofo, e fero. 
Tutto fcónuolge il procellofo Itripérù;^ 

Di lampi, e di faette ,. 
Tutt' era armato a noftri danni il Cielo^ 
E già (correa per tutto, 
Entro T ondofo flutto. 
Il carco Pino abbandonato, e icoilòi 
ÌÉ con horribil fdegno, 1 

pel tempcftofo Regno, 
Reftar ne T onde /e fubiffite, e tpàrfc; 
Arbori, e Vele, Anchorè, Antenne,« :>artéj 

i io 










Jo gia d* aita, Väi iperanza priuö, 
iDa r infelice Legno, 

Kel Mar trattonii a tiüoto, in braccio a^ìttc. 
Cercai T ultima Sorte. 
E in breue giro, io non fàprei (dir come, 
PalKdo; e ftahco, e ièmiuiuo a pena , 
■Giunficc/1 piede a talpcftar 1* Arena. 

^tungi da r ermo^Lido, 
Katto rr andai co ì cor tremante in feìibì 
E fu nel Cid fercnò. 
La rugiadofà Aurora , 
Con flagelli di rofò, 
Luminofa sferzaua, 
I fuoi Córfieri a volò, 
'Quandi ib rniferò, e folo , 
Taiua dal eie! benigna Sorte ottenni, 
'Che in quelli Bofchi a ripofar men vermi* 

%Mermé, ^Strano cventò mi narri , 

Degno d' aita, e di pietate in vero* 

Garzòh leggia dro, e al t'ero. 

Non ti porga il girar di quella Dea, 

Che rinftabil Tuo pie fonda'fu '1 ventò, 

Ö timóre; o fpauentò. 

Gira la Rota, e quei eh' è al fondo oppreflb^ 

In un momento iftelTo, 

Trionfando s inalza , e ih un fol giro , 

Si congìunge col duòl la Gioia, e' 1 Cantò» 

E fi rivolgein doppio Rifo il Piànto, 

r 'Ciò che fi tocca, e mira, 

I Tutto è inftabil fra noi 5 fermezza alcuna 

j Ncih u' ha lotto la Luna» 

O del viuer hümänliiifera ufanza! 

Ciò che regna qua giù tutto è incoftanza. 

Difperar non ti dei , fé 1 tuo Deflino ,^ 
Qui ti Yòfpinfej alto (àper Diuino, 
Solo è qut;l che ne guida, e regge, c'niòÉfè> 
j £ dai Tronco natio, 



I 






I Cader foglia non puötc, 

LSc non rt)rdina il Gideon TLeggi immote^ 

E fc dì Cipro in fu le ^Riue amene. 
Non pofafti le piante, 
Qiaqftc di Sparta innamòfate Arene > 
Vaéhe dèi t uo'ftmbiatìte, 
^Dararìnoa ce iicetco. 

^Fortunata Citta vedrai non lunge^ 
[Ou* Helena la bella, 

'In njacftofo, AfpètXÈs: ^ ^. 
Sembra quaFhor la faa^beltiaiflctrà, 
'Colmo di raggi un* altro Sole in terra. 

^J?Mrislf^ A h s io già mai pò tcilì, 

^Del Palagio Real la riobil foglia. 
Prèmer col piede, e 'riuerir con falma^ 
Trouar piètofà càlm^, 
Quèft' afJ5fifIima doglia, 

CheTcor miìpetra hoggi 'potrebbe ancòTSÌt 
Ma laflo / e in me pur forge , 
Dolce fpcranza? e che fperar poss' io ? 
Se còla non mi foorge, 
'Quel Deftin cefi rio, 
'Che fra i torrnenti a lacrimat tn' induce, 
Stelle, ditemi uoi,xhi fia mia Duce? 

^Uefmdd, 'Meco ne uieni, e ti confola homah 

^ quando in Regia Stanza, 

''Gon la bèlla Regina hoggi farai* 

Narra le tue fuenture, 

Dinanzi al fuo bel tròltò, 

'Che ben fia dal fuo cigifo, 
.^Piétofimente il tuo dolor ìàccolco; 
I Poich' è gloria infinita , 
1 Di magnanimo cor, di Regio petto. 

Pòrger pietòfoàr altrui danno aita, 

E dar pròpitio a là Virtù ricetto. 



^pArtde* 



Vanne ti feguo, ci Ciel fia qtjdlo intanto > 
I Che con benigno AfpettO)» 

Giri 



1 



l 



^ Giri per te fèrcnò, 

Je guiderdoni il ttifò córtcfe affetto 5 

1 Che di pietà.gr uffid, 

i Con fcukura di luce, 

Per man de Numi iftcflì, 

fra i bei lumi del Ciel fplendonò iniprcfll. 

O me felice, o me contento a pieno! 
Poiché dal Ciel m' è dato. 
Di mirar il ferertò, 
Di queir Idolo amato. 
Di queir Idol, eh' adora ho^i 1 cor miò^. 
Di queir Idolo akero^ 
^Jer cui languir, per cui morir degg io,^ 

SCENA 111. 

■'StA'NZE di H Et ENA. 



-iX» 



XÄElena esprime la dolcezza , ^ la forza d' ^more i Argenta f ''2^i*- 

^ ^rezza^ e lalpamtà^ tìe lena apprezza le fiamme ì Argenta le di- 

' ^rìszza)T Fna fiahiltfce diUtiuer amando^ è T Altra di fingere Amore» 



Helena^ Argenia, 



menéUk «j^On conojtce, e non fa , 

-L^Ciò che fia giòia, e dilettò, 

Chi prouato non ha, 

Fiamma d' Amör,*clV inceüerifca fl pettò*^ 

Si dolce è r arbore, 
'Ch' il feno m' accende^ 
Che quefto mìo core. 
Languir per Amóre, 
A giocò lì prende. 

Lo Arai che m' impiagst; 
Con forza ppflèntc> 
Fa r alma fi vaga^ 
Ch'adora la piaga, ^ •. 

£ doglia non icntè. 



Stf^éfM)!, 



'fi^ìef/4* 



■Armenia, 



^figtèn^% 



ì^oii cònolÈc 9 1 non fi> 
do che fia gioia, e diletto, 
Chiprouàto notiha, 
firfmin^ d^Amor, eli inccncTifca ifltetto* 

Già che tutto è dolcezza. 
Il trìónfente Arqólre, 
Con eterna ferriiez^a-^ 
Su f aitar del ihio fen g^ ficro fl mt^ 

Attìórtutt^ e dolcezza? 
Ah, che t'inganni, oBclla^ 
Non h^ tanta amatezza, 

V Aflèftriò, il Tofco, ci Fde> 
Quanta ha jnfèr itìfedele. 
Amor tiranno, e crudo , 

©' ogni .pietà >pia che di uefte ^u^ 

^ Anror pietofo Arciere^ 

I Dolce mente fàettà, 

I E làettando alletta, 

! Né petto u è che chiuda, 

•j Alma fi fera, e ctùda, 

j Sia inCiél/fia in Marc, o ncgF Äbiffi, ò in 

j Che non proui d' Arti or la dolce Guerra. 

.tìo core anch' io ikI ktìo^ 
E pare Amor «on ^ntoj 
Ne piacer, ne tormento^ 
Mi porge il fuo veleno. 
Anzi del cieco Dio 
Mi burJo, e prendo a giocò, 

V arco, e lo ftrak, e la faretra, ci io&h 

Sciocca fti &, non prezzi , 
Il faretrato Nuftie j 
Poich' egli ha per cofl:umc> 
Ferire ogn alma, e vendicar l' òffefè. 
Proùerai beh tu ancor , tu che le fprezzi> 
Le faettc d' Amors vinta^ e trafitta, 

K 



I 



k\ 



ArgenU, 

Ueìend, 
iärgfffU. 

Helena^» 
Argen* 



I 



M. 



UeLArg. I 
I 



AI poter de fiiói ftrali ogn alma ^c<Jc 5 
D' Amor la ^orza ogii*äfträ feria tccede. 

Languir d' Amor ferita, 
Gi^k>n tcm'io fin c hauro Ipirto, c viu. 

j E quäl (chermo farai , 

Sc ramorofo ftralc un di ti punge) 

Quello non farà mai, 
eh* io fuggirò r Infido. 

Ma s' égli poi ti giunge? 

di quello io mi rido. 
I Bambino e Amor;ne può ieguir t;hi fugge, 

IE iè ben f ali lia fècò, 
- Volar non Ka poicli*^,ìfariciulio, ccicco. 

, Vola pdi: troppo, td ogni <:ore infiamma 
E chi fra noi mortali , 
Può fuggir la fua fiamma, •♦ 

S' anco ai Numi immortali , 
Con mano accecarmi di focoauenta> 
Chi fia eli Amor non fenta r 
Se di lacrime amare, ' 

O'ahrìò eteVno tributo, 
AÌ Nume fuo, Giouc, Nettuno, t Pluto. 

. . \ dolcemente ) . . ^ 

j [amaramente I ^ ^ ^^^^ 

I- Quando fcriice un core, 4^ 

^ f amnrol , ì dólce 1 

I^Con poco I j^,^^ y «^^J^^lamarof PP^g^* 

SGENA IV. 



\f 



VI Efindo pr e fenta PiirtdeÜd tìeìéhà^ Afìioré àìfcefo à4Ì €ie/o, faet- 
^^ta ,.e /' l^này e ì Altrove poi fi nafconde. S' innafnorano netl- 
tßeßß punto. Helena fé ne marauigfia > e domanda a-Paride chi egli 
fia. • Paride rkbieàe ÀhVo fènipo^ ^ altro luògo per i/coprir fi. Lo- 
dano la Mufica,e Paride catktÀ^ Hèlenayfenfèhdhfi me pi» innamo-' 
ratayifmm Paridi a fermarfi^ efiar nella fua Cortei* 

HELE^ 



-1--^ 



Meünäi 



o* 



Hei. Par, 



ArgenÌA* 

! 

Helena* 

Argenta, 

Helena* 

Argenta* 



Helena* 
PaVide* 
Helena^ 

Paride^ 
Helena* 
Paride. 
Helena, 
Paride- 
Helena» 
Peride, 



idehndo* 



TT* 



Hekna^t 



Helena, Arg 




T§tföte,ME- 



BFfiiffima Regina, W% 
Guari non èy che öelcacdar Fe Fcrc> 
Trouai tiel Bófco affifo , 
'Qdefto nobil Garxon, che qui r inehìmà» 

' tiòrc öime eh* improuifo. 
Di Celefte Splendor lampo % affale ì 
O Bellezza immortak 1 

Gentil mi femträ, t ttcdö, 
Ch' allóggiin fi telvifo ^ 

E qual pòffetìte Numep 
Spirto di Paradifò, 

Ènttó ai beati ardori, 
V Anima sforza à iftcenerif le {)iumè> 

Che f Architetto ccern3^> 
Non accoppia già mài , 
Con Sembianza di Cielo Alma -d* Inferno. 

Dimnii Garzon chi fti > donde ne vieni^ 
Le ttiìc fuenrute in picciol falcio ■ 

AhMalTa! -^ h- 

Morir mi ftntò. — ♦- • 

— — Accorre, 
Se '1 Ciel non mi foccorré. 
Già non poss* io-^, di titrouar fia d* uopow 

Qpeftoche mi tormenta, 
Comrfiodo il tempo ed opportuno il loc«>$ 

E purd' Amore il foco, 
eh' in breui note accolti^ 
Eia che tu fola i tìliei cordogli afcolti* 

Fa che cantando Ipìeghi , 
Amorofètti accenti, . 
Poiché fuo npbil yapfo, 
E fcior la vdce al canto. 



Quanto il cantai m'aflèttJi 
Esprimer noi poss Ì05 quando taf hora, 



Arniia* 



Äfmonlefi Detti , 

Spiega voce canora. 
Innamorata e (bla> 
^Su r armonico Cicl l' alma fèh Vola» 

XSìì dì Mnfica Humana , 
'Con perfetta mifura> 
.Temprati ha i Senfi, ancora 
Gradifce & ama, un Armonia canói^é 

< H dcfiar «on tchtò> 
II Mufico, ci Concento» 
E fol di Regio core, 
Nobil dilettole naturale ufanzàs 
Poiché r alto Motore, 
C<)ft Divina cfiftaniìa , 
Nd magnanimo fon di ke fuMime, 
Le Noce Humàhe/e !piu perfette imprima 

I Ben è vèr,xbe fouente, 
I Fra le Corti fi troua, 

j Che di contraria Stampa, 

I S* auien eh' altri polTeda, 

i O circolati , .o lineati i Senfis 

I Suol con empio pcnfìcro, 

{Mentre 1* ignaro cor d' inuidla ammanta,; 

I Schernire iTCànto, & odiar Chi canta» 

Bellisfima Regina, 
Già che il Canto t' alletta, 
Cantar dunque uogl' io. 
Tu con dolce pietà ucrme riuolr^, 

II rauco Stile, <: Y humil Canto afcoJta» 
Bench* io da cruda Sarte, 

Agitato, e fchernito habbia nel petto, 
Ku di languir, che di cantar Soggetto.» 

f. 

Òcchi bei, per cui fófpìto^ 
In voi miro, 
U tcnor de k mia Sorte, 



Eque! 



hi4 



• E quel lampo. 
Onde airampo. 
Sol può darmi, e vita, e morw. 

Al girar de voftri rai, 

Sol provai. 

Nel mio cor r ardente fiamma » 

Ei tormento, 
Chora fcnto. 
Mi diftrugge a dramma, a dramma» 

Sol provare al fuo dolore, 
Può '1 mio core, 
Vn foave , e lieto (campo , 
Se in quei giri, 
Fia ch'io miri, 
Di pietade un dolce lampo. 

Heìtna^ Le voftre Sfere , o Cieli, 

Entro d* eterni giri, 
Han fi dolce Armonia ? 
' Ed io fon viua,o morta? 
Amor di me che fia? 
Viuo,e refpiro, e pur morir mi fcnto t 
Prouo dolce contento, 
E pur l'anima langue: 
Ferita fono, e pur non ucggio il fànguc. 

^genìa, O chc foaüe Canto 1 

Per fouerchia dolcezza. 
Intenerito il core. 
Già corre a gl' occhi a liquefarsi in pianto i 

ncàns. Degni di lode in vero. 

Sono i tuoi dolci , e mifiirati accenti. 

Chiedi pur ciò che vuoi. 

Nulla fia che fi neghi ai defir tuoi. 

Fermati, e s' a te piace. 
Qui pofa il piede, e al tuo dolot da pacci 

L 



Che 



Che tra delitlc accolto, 
A tuo piacer godrai, • 

.Entro quefti aggiorni, 
felici l'hore, e fortunati i giorni. 

SCENA V. 

€ORriLS, 

T Upmo Stjiffier» cena di Serma Damigella di Corte ^ Meni htdaié 

^^ bellezza* Ma non contento di lodare jQ le chiome, o^f occhi, 6/4 
èùcca, fi ferma fipra le lodi del Nafi^ 

Lupino. 

PBr tronar la mia bella 
Iinaginc adorata. 
Quella (pietata 5 quella. 
Che .1 mio languir non crede, 
Volgo, e riuolgo innamorato il piede, 

Douunque il paffo mouo. 
Di quefta Corte io trono 
Tutte le Dame, e gratiofe, e belle 5 
Ma Scrina però non è tra Quelle. 

Te fola amo, & adoro , 
O Scrina cor mio, 
E di lodar la tua beltà dello. 

Ma per lodarti a pieno , 
Qual parte deggio in te lodar? la bocca? 
La bocca no, che con parole altere , 
Mi rampogna, e mi fcaccia. 
Gl'occhi? o le chiome ond'io mi trono auinto? 
Cr occhi non già, però che Dardi auentano, 
• Xc chiome no, perdi il mio cor tormentano. 

Voglio Parte lodar, che bella fia, 
Ma che rigor non habbia: in quello cafo 
Diafi ogni lode, ed ogni pregio al Nafo^ 

f Porta il Nafo ogni vanto, 
j Perch' ogni volto adornas 

Eie 



9 



E (e pur bella è la Nemica mia» 
Solo il Nafo è cagion, che bella C\X 

I Poich' il Nafo e cagione, 

IChc Scrina fia bella , 
Vò con dolce fauella, 
j C^tar in lode Tua qucfta Canzone. 
i CefTate il fuffurrar tumidi Venti 
} Ed ascoltate i miei nafuti accenti, 

ì 

V Degno fei di lode in vero, 

Nafo bel, Nafb gentile? 
Per lodarti oltr' ogni Stile, 
A te volgo il mio penfiero ? 
Che fc in mezo del volto espofto {ci, 
j Più bel d' ogn altro Membro efler tu dei.. 

I *: 

I Solo il Nafb orna 1 Amante, 

Ne di lui mi burlo, o ridos 

E rAfpett© ha del Cupido, 

Quando il Nafo ha del Gigante» 
(Gode ciafcun neTamorofo ardore, 

Sctìz occhi fi, npn fenza Nafo Amore. 

Se non ho leggiadro vifo> 
Ho bel nafo almeno anch' io 5 
E a me piace tanto il mio, 

(Quanto il fuo piacque a Narcifò. 
E tal quaF è il mio nafo, o quadrò; o tondOi 
Qo no'l darei per tutto T Or del Mondo. 

SCENA VI. 

A tJcrocco SpAZZAtor dì Corte -^ pale fa a Lupino d effèr innamorato^ 

'^^S' accordano di cantar infìeme: ma non potendo Ancrocco, per ef- 

ßj^ fiilinguato , pareggiare il canto di Lupino-^ Lupino sdegnato ß par- 

#C9. Marocco ripiglia ite Anto, e fciìinguAtam^ntt e^rimeipro^riì 

4mori% 

Ancroc« 



Ancrocco^ Lupino. 

Amrocco. /^O, CO, CO, CO, _ 

Lupino. V^ _ Vna Gallina a fc. 

Ancrocco. Co, CO, CO, CO , _ 

Lupino, O maledetto Ancrocco. 

w^Äf^rt;, Co, co, cor mio per te. 
Mille fofpiri (cocco. 

.Lupino. Ancrocco, oue ne vai > 
Ancrocco. £ ^^ Lupjn che fai r 
Lupino, Palefo a l'aure^eai venti, 

GÌ' amorofi tormenti. 

Ancrocco. Piango d' amore aneli io , 
E vò con gran diletto, 
A chia, chia, a chiamar l' Idolo mio. 

Lupino. Proni tu ancor nel petto, 

Vn' amorofo affetto ì 
Ancrocco. j^j-^j ^^ pur troppo io mi diftruggo> e moro. 

Per una Be,Be,Be, Bella clV adoro. 

^Lupino, S*io languido infra le penc^ 

Lodo ilCicl lodo la Sorte 5 
Pur eli io goda il caro Bene, 
Non pauentOjO laccio^ o morte. 

' Ancrocco, Per dar tregua a miei tormenti, 
. Vò ca, ca, cantare anch' io, 
E formar foaui accenti , 
CoTcu, cupido defio. 

Lup.Ancr. Cantiam dunquc Uniti infiemc. 
Lupino, Ma lai? con quefto patto. 

Fa la cadenza a un tratto. 
Ancrocco. Canta pur tu con arte. 

Ne ti curar de la mia Pa, Pa, Parte. 

jMp.dnsr. Cantiam dunque uniti inficmc# 

I nn. nn. no. JT 



[no, no, no, j 



Na 



lupino. ^^ Non te 1 diss' \6\ 
lupino, .r,^ O come preme? 

AncroctOt No ^ HO^ «« inn. 

i///i«tf. ^ S'affoga, Ò Dio I 

Pet ßnare i noftri affanni. 
Ancrocco* Per ßnar^ i no, no, no. 
tHpme, Ganta co' tuoi mal' anni, 

O fcilinguaco> o fcioccos 

S' io ganco piu con ce dimmi un AloccCK 

Ancroc€ih O sfortunato Ancroccoì 

Me che ? pur troppo è il Gante mio foaüc> 
iFugge Lupin perche! paraggio pauc 

Fuggi pur, fuggi a nolo, 
eh' a tuo dispetto io uò ca , cantar i(bla» 

t. 

Quando LiHa mi confola» 
Jo la chia, chiamo mio Vanto > 
Lei mi ba, bagna co 1 pianto, 
£ dal feno il cor m' inuola» 

S' a fchctzar taf hor s* auezza^ 
Co 'I mio ca, ca, cauto ardore , 
Fa che ti, timido il core. 
Sia in eroder tanta Bellezza « 

1 Se differra a miei fofpiri> 
j Del bel ièn la po> pò, porta , 
I Me^ mej mente ha cofi accorta^ 
I Ghe cònofce i miei martiri« 

S'io mi ftruggo a dramma, a dramma^ 
Lei fi mo, mt)ue a dolore 5 
E pòi ri, riftora il core, 
i Nel delio che punge^ € Infìamma^ 

M 5.ISICI 



Nel prouar fi gran dolcezza, 
M' efcc tu,'tiitbato pianto. 
Poi fi smo, fi Snoue tantp . 
I II mio cor, ch^ aliSn fi fpezza. 

j Son però dolci i martiri, 

E foaui anco i tormenti* 

Godo iol ueri contenti , 
^Quand' io fo, formo i fofpirì« 

SCENA VII. 

STANZE rmote / H£L ENA. 

\j^Elenai rtttrataß nelle più rßmote Stanze, esplica ìe fiamme che pro- 
^ ^ uà per Paride, da lei creduto D or indo-, e riprende ie proprie affet' 
tioniy eh' obltgate al godimento depiufublimi Amori-^ corrano ad ine hi* 
stare tfn coßbaßb Odetto* 

Helena. 

'^T Ada! e qual fiamma entro 1 mio petto a{condo? 

•^Ardo miféra Amante, 

E per A^ago fèmbiante, 

Le guance, e 'J feti d'amaro pianto inondo. 

Ardo, ahi forte infelice/ 
E qual conforto a tante pene, e tante. 
Sperare, o Dio! mi lice? 
Ahi eh* a Donna Real troppo disdice > 
Chieder a Garzoncello, 
D' humili Nafcimenti, 
Amorofa pietadc;à!/uoi tormenti. 

Amo, e fuggo d- amare ; a/pro flagello 
Di Ragione^ ed Amore, 
Mi punge r alma in un fol punto, ci core. 
Ma lafia, è (chermo frale 
Ragion, benché polTente, 
Contra 1 poter d' un i^nioroio Strale^ 
Ein van refifte il mio penfier dolenjce, 
eh' abbatte U^agion, yiixc^il dcfip> 
» V alta hecefliità de f ardòr mio* 

SCE- 



SCENA Vili . 

Xy Aride paffk nelle ßanze £ Heiena^ ^ è aalet rìprejo: Ma cttfco» 
*■ pertoß Principe, (f innamorato, chiede perdono dell' ardimento, e 
rifrigerio aä' 'ardore. He/enalDmta daß^poteüte aßßilto,'gittataßß^ 
tra il letto, fa delle proprie braccia amoroßi catena al collo di P aride ^^ 
€ mentre ß danno a baci,Am6re ferra le ^coriine,^^ efie dellaßanzk» 



Pariìdè, Helena. 

Paride. |^ Cco la Bella ahi dolce fprce ! ^^ 

Helena. ü O Stelle 1 

Eccolo a puntò, e chi ti fé fi ardito. 
Di penetrar co 'I piede , , , 

Douc a Seruo ftampare orróc^nòh lice ? 

Paride. AmOrC. 

^^'^^^^- O me infelice/ 

Amor fu dunque^ — ^i* 

^'''''^'' Amore. 

Helena, o tiranna Bcltadc^ 

Che con afpra pietadc, 

M' arde, m* agghiaccia, e mi tàpiice il core. 

Dunque cotanto ardifce, 
.Vii Garzoncello?» _^ 

Paride, Ahi SorCc/ ' 

Prouo ne tuoi rigori, 

Immortalmente critrò T mio cor la mortéi 

Helena. Indifcrcto Villano i 

Fuggi quanto più puói^ 
Se prouar tu non uuoi* 
L* ira di qucfta maiìo. 

Ah no, refta pur reßä, 
Dplciflìmo Ben mio. 
Perdona a ^acl dolor/alic T alma accordi 
Se t' ofFcfe la lingua^ il còf t* adora. 

Partdèi Eu^ir da te degg' io ì 

Fugga più toftot alma, 
Da queftoj cor da queito petto mio. 

Obcl« 



O bcHiflimo Sole, 
i^trdona homai, perdona, 
, Ck)n pictòib ièmbiance, 

A r ardir, al' arder d' un Alma amante^ 

Non fon, non fon guai credi > 
Sfortunato Garzone ; 
Ma nato {anch' io felice, 
A pofleder gli Scettri, e le Corone., 
Ne la Magione altera , 
Di quel gran Re, eh' a tutta T Afia impera. 

meàm. Cieli eh' afcolto ? cime fon morta. Amore» 

E quai guerre poflènci. 
Di fiamme, e di tormenti, 
Sufciti nel mio core? 

Ma qua! benigna Stella, 
Ti coltrine a lafciar Patria fi belk"^ 

^Afìds, X)a la Fama fofpinto , 

Di tue bellezze rare, 
G Regina vezzofà, 
Con dolce fiamma afcofi, 
, Lafciato il Patrio Regno , 
Soura volante Legno, 
'Solcai veloce, e fconofcluto il Mare 5 
E giunto il core a vagheggiarti a pena, 
Diuenne a te dauante. 
Di tue bellezze innamorato Amante. 

mekn/i, Soauiflima bocca. 

Che coi Jeggiadri accenti. 
Fiamme, e dardi in un punto auenta, e foocca. 

O fortunati ardori/ 
Dunque è ver che per mclanguffd, e mori^ 

Ahi eh' al girar de le tue lue! altere. 
Con immenfo piacere. 
Amore accende entro il it^io petto il focos 
E mentre io vengo meno, 
Per fouorchia dolc^^za» 

NcgF 



Negr incendi del fciid;. 

Retta fr^a iJacci, e moribondo il còfe ì 
Trofeo di Morte, e prigioniet (^ Amorò 

mtem. Chi fià che non t adori « 

Idolo del cot mio? 
Vinta D Cieli fon io. 

PAtidt,, Su fu core , d^Go» 

Pa(fìoni , e potenze 
Di queft' anima amante^ 
Fra tante gioie, e tante. 
Beate homai beate 
Cr amorofi tormenti 5 
Vergate homai verfàte 
Lacrime di dolcezza, 
E con dolce tributo. 
Di pianti, e di fofpiri, 
Correre a vagheggiar tanta Bellezza»^ 

Beìenà^ Taci mia Gioia, ah taci» 

fmdt. Amor, che i dardi fcocca. 
Heknay Ti chiuderò la bocca, 

Cor mio, con queftì baci. 

SCENA IX. 

P^on espile A täßapoßanzaf e poi loolando ß parftj»^ 

Amore, 

u 

LA mia forza onnipotente. 
Vince ogn ira ogni furore 5 
La mia fiamma ogn hor còcentei 
Arde ogn alma ed ogni core^ 
Onde Ragione, 
In van s oppone 3 
AI poter di quetto Strale 5 
Contro a forza d' Amor Scherno ttOtt valà 

^* • 

Chi non àitià , e hoh àdorà^ 

Non può mai fcntir diletto^ 



XìraJ^ 



Vive in pene 5 e Ir tcòtora. 
Chi hòri proua Amor nel pcito» 
^E là mia fiàróba, 
Quaf bora infianlma. 
Fa (baue anco il dolore, 
B (e sforza a morir da uita ài core 

Feliciflimi Amanti, 
Godete pur godete, 
Hor eh' il frutto cogliete. 
Fra tante gioie, di rofpiri, e pianti: 
E per trofeo degf amorofi ampleflì. 
In fu que' labbri amati, 
Rcftino i baci eternamente Impreffi. 

SCENA X. 

GIARDINO con LOGGE. 

i\Rgmm emtafipra la inanità àegt Amanti, 

Argenia. 



olii Amanti a che vi mona. 
Tanto Amor, tanta collanza? 



F 

Se ne fede, ne fperanza. 
In beltà già mai fi troua. 

Troppo amara è la dolcezza, 
Di chi fpera, e viue amante, 
S' in un candido fcmbiante, 
Incoftante è la bellezza. 

SCENA XI. 

''r\Raß>o Gtardìmere diß opre ad Argenta (e fue fiamme ^' t doppo ep 
^"^fer da lei beffato^ ambidue feparatamente ß partono, 

Draspo, Argenia. 

»< D^"" ^' •'itrouo alfin; quanco girai, 
* Per mirar lo (pkndore, 

De' 



é 



De tuoi lucenti rai, 

Tel dica folo il mio nemico Amore. 

'Ohimè come fon fianco? 
Lafcia eh' il debil fianco, 
Vn fol momento io pofi, 
E poi fciogliam la lingua. 
In accenti amorofi, 

Argenla, oue ne vai^ 
Ferma fermati homai. 

-ArgenìA, Lafcia, la/cia eli io parta. 
Indiscreto Villano. 

"Dràj^o, Fermati , oìmc , pian piano ». 

Jo Villano indifcreto ? 
E quando mai con villania t^ ofFefiì 
Mira come fon bello , 
E fi bel com' io fono. 
Tutto mi fàcro a te mìo core, e dono. 

Argenta, Errai, non fci Villano, 

Poiché mi fembri al vifo , 
Il bel Paftor d' Anfrifo. 

Drap. Di Ciprigna, d' Aftrea , 

Di Giunòn, de 1' Aurora, 
Son io più bello, e più leggiadro ancora. 

ArgenU, Anzi a r habito ai membri , 

Se mirar deggio a tua Beltà Diuina, 
/ in tutto mi raffembri , 

(NonLatona dirò) la Dea Latrina. 

vraj^o. Infinita bellezza, 

Nel mio volto gentil natura impreflè, 

E pure a poco, a poco. 

Per te d'Amor tutta.fi ftruggc al foco. 

Argenm^ Degno fei di pietade, e a dirti il vero, 
/Non lo prender a fdcgno) 
11 tuo foco d' Amor menta un Legno. 



•*,\ 



De 



0ra/po. 



* Dc^ graul incendi mici, 

Xa doic cica tu fei 5 
E reperito un Legno a T ardor mio, 
Te loia meritar dunque dcgg io. 

"érgenìa. Meritar non mi puoi. ^.^ 

ùrajpo. ^^ Cieli ch'aicolto> 

argenta. Ammorza pure o Stolto^ 

II tuo cocente ardore. 

Perche ho donato ad altro Amante il core» 

r 'Ahi eh* li dolor m* ancide, 

{ Cofi dunque ìnfedcl fommergi in Lethe« 

Le tue promcflè infide ^ 

Cofi dunque Crudel dispergi a l'aura, 

I preghi miei deuoti> ah ben s auede> 

II mio tradito, e moribondo core. 
Che nel Regno d' Amore, 
Feminil giuramento^ 

I E più leggier ch'arida fronde al vento» 

yirgenia*] Che promeiTe? che prieghi 
j Dunque cotanto ardifce, 
j Vn Villan Giardiniero, 
I Che vuol far con le Dame il CauaIiero> 

Nel bel Regno d' Amore, 
Son Caaaliere anch' io 5 
E a r humil Sangue mio , 
Non fia che 1' Elfer tuo già mai preuagUa, 
Ch'ogni difugguàgliariza Amore agguaglia* 

Che vuoi da me? che bramii 
Defio fol che tu m' ami. 



Urajpo, 



'Jlrgema* 
Drajpo. 

jìrgenÌA, 
Drajpo, 



Jo t* amo. ^-^ 

^ Ah crudo core! 

Cofi ti prendi il mio dolore a gioco ^ 
Dunque pcrch' io languifco, 
De' tuoi bcgl' occhi al luminofo ardore, 
E perch' 10 Jon del tuo bel volto amante, 
Tu lei ne T amor mio co(i incollante \ 



Inco« 



äf^mtih I Incoftantc non fonò, 
Bendic leggiera i© fia 5 
Poiché là leggerezza in no^bil pettò> 
E naturale üßnza , e non difetto. *^ 

Donna gentil quando non ha coftanza » 



€>ra/h9, 



I 



ergente* 



Wrsjpo, 



argenta* 

dtgeni*, 

Ì>ntjpd, 

jirgenia* 

t>raJpo, 

Argenta, 

Drafpot 

ArgerHa* 



I 



In crudeltate ogn empio Moftro auanza* 

Donna a gioire auezza> 
S incoftantc non è non ha Bellezza» 

I Donna leggiadra, e àrnance> 

J Tanto adorata è più, quanto e coftantc. 

j Et è uaga Donzella, 

i Quanto coftante più, tanto più bella* 

J Coftante eflèr tu dei, 

I Poiché fi beliate fi leggiadra fei. 

j Anzi fé bella io {bno> 

Incorante eifer deggio. 

Poiché incoftantc ogni Bellezza io veggio, 

E fu nel Ciel l'Imperatrici Stelle, 
I^Sono incoftanti fol perche ibn belle* 

Ah cruda^ 
O fcioccò. 

Ah tiranna, 
O infoiente, 

M' affanno^ 
Tuo danno. 

Tua beltà lol mi ferie 
Tua beltà fol nV affanno. 

Voglio amarti fi fi fi* 
Non ti voglio no no no. 

SCENA XIL 

PIAZZA Jet TÈMPIO di VEUERS, 

\p Aride Arriva aÜ' ìfiia dì Citbem, &" aßeud Bt iena fuori dei Temi 

■- pio dy Venert^^ E/ce Helena del Tempio, e Pàride la raMfit^, Co^ 

*»' Abbattimento di Trojani^ e Greci, doue i Greci, cedendo alla forza 

de Trojani , doppo un ofiinata battaglia, prendono finalmente U xaii^ 

^^»finifce i Àtty ^art9k 

Ó Vaku 



Paride, che canta, V 

HELENiA,TRoiANi,e Greci, 

che non cantano» 

Fortunato mio cor, che fai? che penj[i> 
...^Gia che fon fatti homai, 
I tuoi piaceri, e i tuoi diletti imraenfi ì 
Come dunque potrai, 
Non eflcr lieto infra dclitie tante, 
Hor che la bella Amante, 
Co'l core ardito, e forte, 
S' inuola al fuo Conforte, 
E per dar lieta al uiuer tuo (bftegno. 
Abbandona (o piacer!) laPatria,c'l Regno« 

Godi godi fi fi : fon quei contenti* 
Che dan forza al difio, 
Amorofi trofei de Tardor mio. 

Già nel Tempio m*afpetta, 
U amorofa Diletta, 
eh' a fi lungo uiaggio. 
Per impetrar denota, 
Propirio il Vento, e luminofo il Sole, 
Di quella Dea, che qui s' honora,e cole. 
Con pietofa dimora. 
Supplice, e humile il Simulacro adora. 

I. 

Dolci/fime pene, 

Soaui tormenti. 
Godete contenti, 
L* amato mio Bene. 

2. 

Nudrite X ardore. 
Con teneri affetti 5 
Fra gioie, e diletti. 
Beate il mio core. 

Ma fò in mirar non erro. 
Ecco a punto il mio Bene, ecco il mio Core r 

« Anzi 



Anzi del Cid tfÄTnoTc, 

Ecco il Sol luminofo. 

Che con orme deuotc. 

Del bel Tempio foinofo. 

La foglia aiterà in fu Y u/cir^petGote. 

■'Eü fu miei Fidi, a la grai^d' opra iim*i|ci, 

Ritirianci'in disparte? 
E per furarla Bella, 
Con fuperbi ardimenti, 
S' ufi ogni forza, ogn arte. 

Rapirla a Greci opra fol giuda fia: ^* ^* 

Conuien^ che s Hefiona a Teucri harl tolcai 
La vendetta d' un furto, un furto fia. 



Abbattimento di Troiani, 

e Greci. 






ATro QVINTO. 

SCENA I. 

TiaMARA neUe CAMPAGNE di TROjA. 

^one esprime i tormenti^ tU gehßa^ cbeproua per la, /ontaH49tZè 
dei fife carißmo Paride s t fi confola coüa ^eranza^* 

Enone» 

iHi fìa che mi confole. 

Lungi da Tldol mio, 

I Lungi dal mio bel Sole, 
Dal mio Ben, dal mio Cor, da la mia Vita? 
Ahi rrudel dipartita/ 

r Enone {confolata, 

I Tradita abbandonata, 

! E pur' è ver che fpiri, 

I Era fi graui martiri? 

1 Mori mori infelice, 

I Efci homai di tormento 5 o fc non puoi 

I Morir fra tante pene, 

I Accula il tuo Dettino , 

Quel perverfo Deftin, che ti (bftienc^ 

Lungi da que bei lumi. 

Lungi da quel bel volto, 

Lungi da quel bel (éno % 

Poiché (ènza il fcreno. 

Di quel fen, di quel volto, e di que'lumi* 
Forz' è eh' infra i cordogli, 
'"Mortalmente vivendo il cor confumi. 

Piango, (bfpiro, e gemo> 
M' adiro, ardifco, e temo, 
E mentre il Nome invoco. 
De r Idolo eh' adoro. 
Fatta gelofa Amante, 
Di gclofia mi moro. 

Temo ch^ ad bora, ad hora. 
Ponga (ahi lafla / ) in oblio. 
La mia fc , l' amor mio« Pauen# 






IPaüento anco a tute' horc, 
eh' a più gradita, e <Icfiata Amante^ 
Doni quella mercede. 
Che per Legge d' Amore, 
Si deue a la mia Fede, 

I» 

Chi non fi che cofà fià > 
D* un Amante il rio dolore, 
Prouialcorc 
Lontananza > e GeTuHa. 

V Vna Iti üan fi (pfczzà, o ftiggCj 
Che confonde ogni Sereno, 
L* Altra in feno, 
L' alma Tempre, ci cor diftrugge* 

L' Vna e un mal ch'ogn altro auanzà^ 
L* Altra è un duol eh' ogri altro eccedei 
Ma la Fede 
Può dar vita, e la Speranza. 

Cofi la Fc eh' entro il mio petto alberga* 
Cinta ogn hora d* intorno. 
Di fperanze immortali, 
I Addolcifce pietofà , 
Queir immcnfo tormentò^ 
eh* in mezzo al core io fento, 
Acciò languida al fin non pofla T alma* 
Fuggir dal feno, e abbandonar la falma« 

E quaFhor col pcnfiero, 
L* animato mio Sol vagheggio, e miro^ 
Miro ancor ne bcgl* occhia 
! In qucgi' occhi amorofi, 
Veri alberghi di luce. 
Quella pietà clV a impallidir m' ifìducp^ 
Onde forge foucnte. 
Dal centro del mio corcou ha ricetto. 
Aura dolce di ipeme. 



|Ch' ufcita poi dal petto, 
' In compagnia de miei fofpiri ardenti, 
Sufurra ogn hör quelli amorofi accentu 

Taci tìmida Amante, c^l rio dolore 
Disgombra homai dal fcnò > 
E al tuo gelofo, e moribondo core. 
Con viuace fcreno. 
Porgi dolce conferito, 
Pria che refti languendo, 
Nel yafto mar de fuoi martiri abfbrto; 
eh' il tuo leggiadro, e fofpiraco Amante^ 
Serba in un con la fé^ T ardor coftancc, 

Cofi nel mio tormento. 
Spero (ahi lalTa/J e pauentos 
E r afflicto mio core , 

Hor dal dolore, hor dal conforto OpprcflQi 
Viue, more, e rinafce, a un tempo iftcflì). 

O felici le pene eh* io (ènto^ 
liS' il mio Bene collante farà, 
j E s < gn hor del mio grauc tormento» 
Haurà dolce, e verace pietà. 

ì. 
Fortunata farà la mia Sorte, 
E {bave lo Arai eh* impiagò 5 
S' il mio Sol pria di giunger a morte, 
Rimirar fblo un giorno potrò. 

Quella fede, 
Che mi diede, 
L'Idol mio fi mi confola j 
Che s* al core. 
Ho dolore, 
I La fperanzd ogn' hor T ìnuol^ 

I , U 

I Si m' alletta, 

I E diletta» 

1?/ -' 



Lo 



Bnone. 
Urente, 



Lo (pcrar coh dolce ìafinza? 
Che s io pero. 
Non difperó, 
^Poiché uerdc t la (petaftzà, 



SCENA IL 



ORonte Mejfaggìero di Paride ^'cämmando inuérfi Troja^per dartA 
annuntio a Priamo della Rapina d' Héìena^ e dell' arrìuo d' Am- 
èidue, s incontra in Enóncy da cui gli i>iene infegnata la Strada^ Jf- 
none, discorrendo con Orante , intende il ritorno di Paride t e /ì ralle- 
gra: ma /aggiungendo UrontCy che arriuera con Helena ^ cangia in 
^ uno ß ani e /' allegrezza in cordoglio. fronte Jc^^uita con ogni pn- 

fiezza ilfuo uiaggios ed Ella an fio fa d' -intender più dißtntamente i( 
fucceßhy gli 'ì>à dietro per raggiungerlo t 

Oronte, Enonìe. 

fronte, "i^TÌnfa cortéìfe, e bclla> 
•L^U Ciel fcmpre ti fia^ 
Ne CUOI giudi defir cuftödC) t duce 3 
Con leggiadra fauella, 
Additami la uia, 
eli à la Città conduce. 

lEnonè, Moùì pur icnza tema fpafll tuoi j 

Altfà uia non fi troiia, ei-tar non puoi. 
Ma chi ifèi tu eh' affretti, 
O gentil Peregrinò , 
Si anhclante il camino ? 

Dì Paride fon io fido Mcflagdoé 
Dou è Paride > o Dio! forfè e in viaggio? 

Di Grecia egli ritorna. 
Ne le guerre d* Amor già trionfante, 
E giungerà in breu hora , 
A far dolce dimora» 
Con la fua bella, e fofpirata Amante^ 

tnimt. O me felice ! Amore, - 

Sana homai le itìiie fienc, ^ 

Già che torna il mio Bcne^ 
A confolarmi il core. 
£ di me che ti difTe ì 

Fchi 



\ 



^^oHH, iE chi fei tu > vaneggi : ^^^"^ 

€n$nu ^""^ Oimechcfia, 
Enonc (üencurata? 
Che parli tu d* Amante, o pur d' Amata ? 

^r0»te. Tu iion m'intendi ancora ? Egli m* inaia ♦ 

Adar felice annuntio, 

-De la dolce Rapina. ---* 
-edotte. ^^ E che Rapinai" 

Vrofite, Rapi dal Lido Greco, 

Di Menelao la Spofà, 

<iuella Donna in beltà cofifamofa. 
eßto^e, £ la conduce kco ? 

Oronte. Ma qui tempo non ho da far fbggiorno. 
Enoftc, Ò maledetto il giorno! 
Fermati ancora. 

Oronte* — — . a DlO. ' 

Mmnc, Sfortunato ardor mio / 

Ma in qua! fiero martir mi Ia(ci fnuolta^ 
Sofpendi il Ipaflb, o MclTaggiero 5 afcolta. 

SGENA III. 

ISTRADA rimota della CITTA, con ALBORI, 

€ RUUINS, 

Xj^l^gAurò Sertio di Medoro, mentre portati Vino al Padrone, tleHU* 

^^ togli fete, tenta d' aprir la Cajfetta, in cui fono rinchinfe t Jmpol' 

lei e non potendola aprire ß [degna. Apertala finalmente ^ ajfng^ 

già il Vinoy e trouatolo effer dolce , ne he a poco a poco tanto], che àUét 

fine 5 ineérf/L^t 

Ergauro. 

IL mio Signor, che tanto 
E nel parlar cort^fc 5 
Ma nel farmi le fpeic. 
Mercé dd mio De ftino> " 

Va fi pelato, e parco. 
Di portargli un buon Vino^ 
Mi die 1' ufato incarco. 

Come, o come è pcfantcV 
&^ ducfta nobil Caflcttaj 



£ quaa 



1 qüsiitc Ampolle, e quante. 
Dentro il grauido fen rinchiude, e ferrai 
O <:he graue fatica ! homai la fetc. 
Mi comincia a far guerra. 

S' alfin r apriffi, e che farebbe ? ardif «^ 
Chepotrammi auenire? 

No no però, nò no. 
Aprire io non la va, 
Che ic 'i Padron s auede. 
Mi dztì col Baffone alprà mercede. 

Igli é però fi auaro , 
Et ha fi gran cerucllo , 
Che per farmi un licor lucido, e chiaro. 
Ad hor' ad hor la mia bcuaflda adacqua , 
E a guiia d' Afinello, 
Vuol che s io porto il Vin bcua poir Acquài 

Infomma aprir la voglio. Ecco la Chiaue^ 
O che ipirto foaue , 

Mi punge il nafoi e che? e è forfè il Mafti:ò, 
In quefta ohi^ue> e rugginoià, e antica^ 
Che con tanta fatica. 
Ancor non poflb inueftigar T incaftro ì 
T' aprirò fé credeffi, 
Gjtrarti in mille pezzi. 
Ne mi curo un Quattri» fe ben d fpezsa» 

Oime s* è ftorta iniquQ Cicl, che ùiì 
Ti voglio aprir co' denti^ 
Che fi che t' aprirai ì 
Ti volgerò foflbpra- 
Ma farà inuiiP opra, 
Poiché il licor fi spanderà per tutto. 
Non fia però mai vero, 
eh' io ti debba portare a labro afclütta^ 

Voglio prouar pian piano 3 *. 
Mi riefce il pcnfiero. 
Vó uedcr fc la chiaue, 

V " Q. Inßw 



iif. 



^ 



Infino al fondo arrlua. 

Gia:gia fi uòlges eccola aperta, e vlua / 

Quattro, e quatti' Otto. O che color viiwce/ 
Padron fia con tua pace, 
fo vò fucchiarne alquanto. 
Ma non vò trarne tanto, 
Che mi debba fcoprir 5 fol co 'J cinabro. 
De la mia bocca afciutta. 
Andrò lambendo de T Ampolla il labro. 

O come e dolce/ io ti bearci pur tutta / 
Ancora un forfo / ancora ! p come fcendc, 
Senza fatica alcuna/ 
Cofi lieta fortuna. 
Ancor non hebbi mai. 

Padrone, e che dirai? 
Dirai che t ho, tradito > 
Di pqr ciò che tu vuoi. 
Non curo i gridi tuoi. 
Mi fam-c^Üaflone, 
Studiar forfè il Datiuo? 
M' hai battuto altre volte, e pur Con viuo« 

Soauiflimo licore. 
Che mi dai fi gran diletto, 
Deh rifcalda aq^o il mio petto , 
C0I tuo dolce, e grato ardore. 
La tua forza è fi gradita, 
Ch' ai piaceri ogn alma inuita, 

2. 

O che gioie, o che conforti , 
Porgi al core , e a T alma amante ì 
Il ccruel fia pure cffant<é. 
Pur clV li fèa C accpiga , e pòrti. 
Col vigor ch'in tè (lietra, 
Siponfine ad ogniGuj^ra^ ^ 

Ma quai prodigi io iniro> 
4. nmy^o di le Stelle > 

Oin» 



Olme qucft' è un fofpiro. 
Mira come fon belle/ 
Ah, ah, ah, ah, fon tanti, 
lunamotati Amanti. 

Ma già picn di fiirore, 
Vorrei cozzar co'l Ciclo, iniquo Amorcj 
Ancor mi fei tiranno ? 
Non Cento TafiTanno^non temo T inganno* 
' Amore da poco, tuo foco è per te. 

fo Con quel Moflro* il quale 
Tutto 1 di corre a volo^ 
Da Tuno a 1* altro Polo. 
Oime dolente, oirnes 
Mi par di venir meno 5 
Si fi mi lento male 5 
No no mi pa(Tà» hor* hora, 
Vò che m' accolga in fcno, 
La mia bella Lifecta. 
A/pettd' pur cruda tiranna, a/petta. 

La bella rubella, che fnella kn va, 
Diletto perfetto, nel petto mi da. 
S'io miro, fofpiro, deliro cöfi, 
eh' al dardo d* un guajrdo, tutt' ardo fi fi. 
Ma in pene la foene mantiene mia fé 5 
CIV amante prcftante coftante fempr* è. 

SCENA IV. 

LIBRARU, 

\A Edoro Precettore de PA^gl, amntäefira tìirfenoy tf Èrmitlo^ Egii- 
■*- ^no, in ìtece d' apprender U Letttone, contempüno te FiourefAUé ■ 
io fé d' Efopo* Accorgendofent Medoro i gli riprende: tna rìjpondende 
Bgtino, che per effir Nobili, non gli ßa necefario lófludiare^ deridendo' 
lo fi partono, 

Medoro, Hirseno^ Ermillo, 

V' ho infino ad hot moftrato * 
Con verace fauella , 
eh* ogni Entità s appella^ 
Mf(iira> o Mifurato, 






Homai {am mia cura, 

11 dichiararui ciò che fia Mifüra. 

Ella c certa Entità , 
Che chiaramente addita, 
C Altrui perfèttione, o^juantità. 

Norma, e Regola ancora, 
Suol obiamarfi tal* bora. 
Regola de la Vita, 
Norma de le Scienze, 
Come s* appelli vi dirò ; ma pria, 
Vó dimoftrar che triplice ancor fia- 

Cefi VQglion le Leggi , 
Mira T Agnel , che geme. 

De più dotti Maeftri. ,^— 
^— E tu che leggi? 
Ermll0, Leggiamo uniti inficme. 
Le Fauole d' Efopo. 

E che fi ch'il ceruello bor hor uifco|ia# 
Infingardi <:he fiere. 
Cofi dunque apprendete^ 
E r Arti, e le Scienze , 
Che con tante fèntenze. 
Ad bor* ad bor ui ifcopro? 
Ab eh' in vano per voi la mente adopr«. 

Jo ti rinuntio ogni Scienza, ogn' Artc$ 
Prendi pur la mia parte. 
Studiare, a che mi gioua. 
Se Nobile fon io? 
Tu eh' Ignobile fei, 
Studiar dei, ftudiapur, Maeftro a Dio. 



Medfim, 



Mlirßftp, 



SCENA V. 



M 



tdoro, doiendoß d' cßeh iJckermtOfdißerreßpra ü Virtu^ efoprs 



Mèdo- 




EOÖRO. 



STudiarc a che oai gioua ^ 

Sc nobile fon io! 
• O gcnerofa prouaJ o Cicli/ o DioJ 

Dunque fra noi dourà, .k 

Chifol di Nobiltà, 
Fatto e dal Ciclo heredc. 
Sprezzar colui che la Virtù poflède) 

iröppo> ahi tròppo s' inganna/ 
Che Nobiltà verace, 
E Ibi d'un AÌnaa una Virtù viuace, 

E rintclletto appanna. 
Chi a creder ciò s'auczza 5 
Nobil non èj chi Ja-Virtù di/prezza. 

Che magnanimo core. 
Con gcncrofo ardore, 
Magnanimi penfieri ancor nudrifcej 
E a r altezza del Sangue, 
La Nobiltà de Ja Virtù te unifcc. 

Onde chi ulve, e ipira, 
E a Nobiltà te aipÈra , 
Coprafi pur de la Virtù co'I manto 5 
Che chi fcn uà d' ogni Virtute ignudo, 
Ignudo ancor di Nobiliare ha il vanto. 

Fra Mortali aflài più degna, 
E Virtù che Nobiltà, 
Se ben Y una impera, e regna, 
E (la i' altra in pouertà, 
Gloriofà Virtude, ó quanto vale/ 
Che non ha pregio al fuo gran merto eguale. 

Sempre viue, e mai non pere, 
Quefta nobil Deità 5 

Gfanniancide, e J Tempo fere, 

R Cinta 



cinta ogn hot dtcta^tAtà. 
Contrai oblio fa riportar vittoria. 
Che k pouera e rfòr, ricca e di Glòria. 

Nobiltà vicn da Natura» ' 

Ma Virtutc e don del Ciels 
L' una refta ignuda , e ofcura. 
L'altra vede immortai vcL 
Ceda a Virtù la Nobiltà. la Palmas 
L'una regna nel cor^ l'altra ne T alma« 

4. 

L' Alma Col dal Gicl dcriua, 

E Natura il Sangue da 5 

La Virtù con l' Alma è viua , 

E col Sangue Nobiltà. 

CedA, ß r una viue, e l'altro languc. 

Natura al Ciclo» e ceda a T Alma il Sangue; 

\ ■ ;■ 

Nobiltà gradita, e bcHa, 
Con Virtù folo cirer può ? 
Ma Virtù qual chiara Stella, 
Nobiltà non cura no. 
L'una forge fra TOr^cade in breu horcj 
L' alerà pouera nafce, e mai non more. 

Hor fé langue, ed é fi frale. 
Nobiltà nobil non èj 
Ma Virtù poich' è immortale, 
Efler nobile fol de. 

O fia d' ofcuro, o chiaro (angue hcrcdc* 
Nobile è fol chi la Virtù pollède. 

SCENA VI 

PORTICO co» GURDINO in 
LONTANANZA. 

T^None, non hauendo potuto raggiungere il Mejfaggiero, pefpUne 
*^ anch' ella alla Corte^per ritrouar/o^ 

ENO* 



Enöne. 

DOuc miftra douc, 
^ Enone abbandonata, 

Volgi fra qvcfti Alberghi il paflb errante? 

Ferma ferma le piante, * 

Che qvi forfe potrai, 
Dal fido Meflàggierop 
D'ogni fucccffò inucftigare il vero. 

Come poflibil fia. 
Ch'il tuo Paride amato, 
II tuo Nume adorato. 
Il tuo Core, il tuo Bene, il tuo Diletto, 
Dia già nel icno ad altro Amor ricetto ì 

Creder ciò non poss'io. 
E pur m dille il Meflaggiero, (o Dio !) 
Che con voglia amoroia, 
Cor(è.a rapir di Menelao la Spola. 

Male fia che tradita, 
Il tuo crudele Amante , 
Habbia homai quella fede. 
Che tante volte ci t'ha promeflb,e tante > 
Ritorna pur ritorna. 
Con fi acerba mercede, 
A lacrimar dentro una Selua ofcura. 
Del tuo mifcro ardor ì empia fuentura. 

SGENA VII. 

^JLlrfeno^ (f Ermiäo tiedono Snone , (f invaghitiß della fita èelie2za, 
*• ^procurano di rapirla : Ma t>enuti a conte fa [opra l e le tt ione deitu9 - 
gOy in cui debbiano condurla t Snone gli e fi e daUe mani. Venuti fi*' 
nahnente alt Armi» BrmiUo refi a ferito , e fintendoß Vicino almorirty 
fi duoli delta fùa fuentura, mnfapendo da chi riceuer conforto. 

HiRSENO, ErMILLO, EnONE. 

trmiUù. ^^ Che bel volto 1 

Bùrfen; v^ ^^ O che begl* occhi I 

Amore, 

E chi 6rà Coftcis 

L'ha 



Bm* 




mirfinp. Ubai pfu veduta? — . 
^rnßo, ^«-1 ]o mai la vidi. 

NirßErm. . O Dci/ 

Sento infiammarmi il core. 



Mnofte, 


Da' miei ruftici Alberghi, 




In quefti Rcgii Chioftri, 




Facto ho indarno il viaggio. 




S'io non trouo il Mcflàggio. 


mt^fenìi. 


Vogìiam prenderla? — ^ 


Ermillo. 


E poi , 




Chcnefercm? 


Hirfitii^^ 


La condurremo alcroue. 


ErmiUo. 


Ma ct^ larà di noi, 



Enone. 



'ErmUJo* 



tìirfenO" 



^rmilio^ 



tnone» 



r em^ 



Enone^ 



Se I Re s accorge ? — .— 

E doue, 

Volgerò più per ritronatlo il piede ^ 

Penfiam, penfiamq al fine 5 
Poiché (en corre a ritrouir gl' affanni , 
Chi da gl* inganni i faoi conccaa fpera. 

Chi con audacia altera. 
Di/prezza le ruine. 
Degnò è di lode ogn hora. 

O che bellezza cftrema ! 
Amorofo defio vince ogni tema*. 
Farò lenza dimora. 
Aneli io ciò che cu uùoi. 

Che volete da me? chi ficte voi^ 
Belliflìma Donzella, 
II tuo leggiadro, e luminofo sguardo. 
Solo è cagion, clV io mi diftruggo,&ardo> 
Poiché nel Ciel del tuo bel volto aflifb, 
Arcier di Paradifo, 
Fra fi rare bellezze. 
Sta ftmpre intento a fulminar dolcezze. 

Troppo affanno a lodarmi in ver ti prendi « 
Attendi pure a ''uoi penficri accendi» 



Ne 



MirfiMt 



Sßßoßge, 



Hirfen9t 



Efjom, 

Hirjeno. 
Ermillo* 
Hirfena, 

ErntiUu 
Htrfeno^ 
Ermiäo» 

Bnone^. 
Htrfetn, 

ErmiO»* 
üirfino* 
Ermiäo» 
Eftofte» 

ffirfino. 
ErmiUo» 

Ermtäo* 
hirfèno* 
Ermilh^ 



Nc ti curar di me? 

Bella, o brutta ch'io fia^ non fon per te. 

Tu mi fcacci^ t* adoro: Idolo amato. 
Mi fan gli fdegniTuoi lieto, e beato. 

Nafcono i pcnfier miei. 
Da un cor puro, e modefto. 
Lafcia lafciami, oh la? eli ardire è qucfto> 
Infoiente che (ci ? 

Rifponderti fdegnofo a me non toccai 
Lo (irai che m' apre il cor, chiude la bocca. 
Vieni vieni ben mio. 

Che forza è quefta? oime! 

Taci mia vita. 

Spingila tu. — - 

Ma doue andrem con Lei? 

Lo (ò ben' io. -„ 

. Lo vò fàper anch'io. 

Prender cura di ciò tu non ti dei. 

E perche no? vo che ne venga hor'hora. 

Non doue a te: ma doue a me (ol piace^ 

Sorte infelice/ — - 

Ancora 

Hai tanto ardir codardo? 

Vn codardo fci tu, villano indegno. 
Prendi quefto per pegno. 
E tu prendi queft' altro. 

Ma non làrà già tardo. 
Il mio piede a fuggire — — . 

Eccoti il Ferro. 

Non TÌcu(ò r inuito. 

Difenditi fé (ài* 
E che mal mi farai? 

Lo fentira 1 tuo petto. 
Pungi pur eh' io t à(pettó. 

Non poffo più fon morto: 
Tu m*hai feritolo traditore a torto* 



i.Gia 



Già trafitto ho il mcfto feno, 
Chi foccorfb, o Ciel mi di? 
Già languifco, e vengo m( 
Già '1 mio core a morir uà. 



ìMoi 



2. 

; ,.;Queßa mifera mia vita, 
Softenerfi oime non può. 
S' io non ho conforto, e aita, 
lice, e che farò ? 



SCENA Vili. 

TARgaftroj hauendo eòi dormire di/cacciata l ebbrezza, conun Am^ 
^^ polla di Vino in mano, eß>rime ilfuo contento, AJcolta i Iahen- 
ti d ErmiUo^e mojfo da compxsfìone i lo confola còl Vino* ErmtUo\ 
bee, e rihauuto alquanto ghjpiriti 'pitali , appoggiatoß al braccio d' Er- 
gauroffifartt^^ 

Ergauro, Ermillo^ 

u 

Ergauro, |^Ve bei Luciferi, 

V^Che mi confondono, 
' ^^§§^ fiammiferi, 
Nel cor m' afcondono. 

Fan fi piacevole, 
(juel duol eh' e(anima. 
Che lacrimeuole, 
Non è mai \ anima. 

Siali fempre ftabili , 
Quc* rai eh' accendono^ 
Chevariabih, ' 
Più non rifplendonOi 

f Mia fé non uaria, 
1 Cpme volubile, 

^Ma è volontaria, 
I E ifìdi/ToIubilc. 

*^ 5» Già 



>' W u 



BrmiUo* 



trgAUt9% 



ErtniUo» 
Brgauro, 



Ermillo» 
Ergauro. 
Brm'tUo, 
Ergmro» 



ErmiUot 
Ergauro» 

Ermilio, 
Ergauro^ 

'^tmilto. 



I 



Gia mai nom termina» 



»»■^SKV 



} Poich' è invincibile, 

I Fede che germina, 

j^Sempr e infallibile. 

Spargo gr ultimi fa(piri> ' 

Dico gia l'ultimo oimej 
Ma pI' acerbi mici martiri. 
Chi conforti (o Dio /) non u e^ 

Sento una voce querula , e dolente, 
Ne (b dir doue fia: 
Miroy afcolto, mi voIgo> e non fi (ènte. 

Sarala Fantafia, 
Ch'incoftante vaneggia, 
Alterata dal fonno, 
E da un Humor gia ftracCo, 
Di quel licor^che tanto piace a Bacco. 

Ma non m'inganno, o fiienturato Ermillo I 
Oime, par che fia morto. 

E chi gia mai per fòUeuarmi alquanto, 
E m'agita, e mi crolla? 

Gli porgerò conforto. 
Con queft' ultima Ampolla. 
Brindefi Ermillo. 

Oime ch'io fon ferito. 

Beni Mefchino. 

- — E gia rimafto efinguc. 

Con altrettanto Vino , 
Vò che rimetti entro le vene il (àngue. 
Beai. ^^ 

-— Non poflb oime. — — 

^— Beni eh* è dolccg 
Bcui ti dico, beni, 

O cruda Sorte ! 

O che buon Vino/ afcolta! 

Ferma Ermillo, che fai \ tutta in un fiato 5 

Si fi fon confolato. Appog- 



•a 



^ 



mrgxun. Appoggiati/ — — 

Srmiiio* Sta (aldo. 

Ergauro^ Si fi; ma uc, con quefto patto ci^rcflb. 

Fa forza anco a te fteflb , 

Perche vacillo aneli* io. 
MrmBe, O <:he grauc dolore / o Cieli/ oDio/ 

SCENA IX. 

STANZE di PRIAMO. 

PltUmo rtceuuto'l' Auuifo del ritorno di Paride^ e detta^Apìna d'tftr 
Una, ne da informatione ad He e uba, e ripieni d' allegrezza Vinnn»^ 
Ji dar gf ordini necejfarii, acciò ßeno preparate k Nozzcj* 

Peiamo^Hecuba, 

Wec/iia* /^Val foauc allegrezza, 

V^Il tuo penderò accoglie. 

Poiché colme di gioia, e di dolcezza. 

Scopro homai le tue voglie? 

Fammi degna , o mio Sire, 

Di goder tcco ogni minuta p^rtc, 

'Di quel eh' il Ciclo al tuo gioir comparte. 

#^rfwo. O me felice, o me rontento a pieno 1 

Fot r immen/a allegrezza, 
Ebro di gioia il cor trabocca in iene. 

Feliciflimo giorno / o giorno altero. 
In cuijd' honorc, e di fplcndors' accreicc. 
Il noftro inuitto, e gloriofo Impero. 

Paride noftro, o Figlio amato, e degno / 
Colà nel Greco Regno, 
Per vendicar di mia Sorella il torto. 
Rapito ha già dal Porto, 
Con nfoluta mano. 
Del' infido Spartano , 
La riuerica, & adorata Spofi. 

■Mecuèa. O Vittoria immortale, e gloriofa/ 

Ocaro, e dolce Figlio ! 
Figlio prudente, e faggio. 

Che 



che con tanto periglio, 
D'Hehona infelice. 
Vendicato ha T oltraggio / 

E giungerà in brcu hora, 
A far con noi dimora? 

rri4m§. In qucfto punto ifteflb, 

Con imnaenfo dilettoj 
11 caro Figlio, e la fua Bella a/petto. 

Hecuia. Fclicc Amata, e fortunato Amante, 

Venite pur venite. 
Ad auuiuar di quefti lumi i tai. 

Priamo, Con ordine inceflàntc. 

Si preparino homai, 
Gf Hi menci gloriofi, 
A fi felici, e fortunati Spofi; 
Acciò fia quefto giorno, 
Sol di kticia, e di trionfo adorno. 

Priam.Hec, ftcfti pur la noia afcofa, 
I disdegni homai fian (penti. 
Con Vittoria fi fcftofa , 
tjodan {bl gioie , e contenti , * 

Le noftf alme, ci noftri cori: 
Apra il Cielo i fuoi fplcndori, 
A bear fi lietq di 5 
Alleggrezza fi fi. 

SCENA X. 

ANTICAMERA di HECUBA, 

Xilììnda Damigella fi rallegra d' ejpr innamorata, eiodakdolce&za d^' 

FlLINDA. 

I. 

DEh foffri o mio cor coftante, 
Cìuel duol che languir ti fa 5 
Poich* è trofeo d' un* Amante, 
Panare per gran Beltà. 

T a.Amo. 



Enone* 



Fiitnda» 
EnonCf 



Amore fa poi gioire, 
Vn' Alma che lèrba Fé$ 
Che s egli ben fa ferire. 
Sa porger ancor mercè. 



SCENA XI. 



Ü None , fiey non ejprpiu mohßata da Paggio t»eßitaßdA Ragazzo » 
^^ì>a cercando ilMeffaggiero. Filinda ingannata dall' habitOffe n in* 
namora, dtscorrcno infieme , (f Snone , fingendo d' ejfer perfuaja^ pr9* 
mette d' amarl^^^ 



C 



Enone, Filinda, 

ileli, edoue fon'io? 

Che ancor non polTo inueftigare il vero. 



Di ciò eh' il Meflàggiero, 
DilTe de l' Idol mio. 

O che bellezza eftrema ! 
Ma non haurò più tema. 
Sotto quefte virili, e finti (pogIie> 
Che i Garzoni di Corte, 
M* ufino oltraggio, e pu|:c, 
Fra tante mie fucnture, 
• Ne r ufcirgli di mano, 
Mi fauori la Sorte, 

Mnda^ Vagheggio in quel bel volto. 

In picciol giro il Paradifo accolto. 

O bell'Idolo mio l 
Già nel Regno d' Amor per te fon io, 
Senza trouar difefa, 
Vinta, e trafitta, incatenata, e pre(a. 



Enone* 



Filtnda, 



r Fra I dubbiofi penfier, mi par ch'il core, 
j Nuntio fia di dolore. 

I Amore egli miftmbra, 
I Poiché tutto è bellezza. 
Poiché tutto é dolcezzaé 

Ma come i dunque Amor, s? ale noii veggio? 
Benda non ha^ Arali non porta? ahi I«iilàl 
Et e ver eh' io vaneggio ? 

Agr 



Eìlinda* 

Snone* 

Filìnda* 
Enone, 



Fil'mda* 

Snone* 
Ftlinda* 

Snone. 
f^ilmdA% 
Snone* 
Filindat 



Snone* 
Eilinda* 

Snone» 
Filinda* 
Snone^ 
Filmds* 



A gTatcì, al miDti,a le parole /^i guardi, 
Ahi eh' e pur troppo Amore. 

Arco ha nel ciglio, € ne bcgf occhi ha flralb 
La benda ha nel mio petto. 
Che con dolce rigore, 
Mi dringe T alma, e m' incatena il corej 
L' ale ha dato al mio feno. 
Acciò del Cuo bel volto al vago Sole, 
innamorato il mio defir fen vole. 

Laflà/ che far degg'io^ 
Enone, e che rifolui ì 

Vò farmi ardita, e difcoprir F ardore: 
No, clV ho vergogna. 

Amore, 

Amor tu fei cagion del mio languire/ 

Ardir Filinda, ardire/ 
Queft* è la data fede. 

Che vergogna non e chieder mercede. 
Perfidisfimo Amarne? 
Cofi co'i tuo fembiante. 
Porgi a r afpro mio duol conforto, e pace? 

Ma s ei d'Amor la face, 
Qual mai di neue algente, 

Orgogliofo non (ènte, 
Nudrifci alma nel core, e cor nel (cno? 

Fia che fi fdegni a pieno. 
Cofi tradirmi o reo? 

No no, eh' io non T offendo, anzi trofèo* 
Fia di fi bel (èmbiante. 
Languir, morire a quebegl' occhi auante. 

In mezzo ^ le fùenture, 
É pur io temo, e pure, 

E tu crùdel Dcftino, 
A quel Volto Diuino, 

Perche ferbarmi in vita ? 
D'appreflàrmi non fon cotanto ardita. 



No 



€mn€^ 



■Bilmd4<> 



Enone, 



WUmda* 



C 



I No no non più timoTC, 
Senz occhi è fi , non fènza lingua Amore. 
^^one, I Ahi dolore! ahi tormento/ 

mimda, I Ahi^afifa! e ancor pauento? 
Alma di gioir uaga, 
'^Se defia di fanar moilri la piaga. 

Qi-Jal mai di -duol funefta nube ingombra, 
Il celcile (plendor del tuo bel volto ? 
Hai forfc Amore entro il tuo fcno accolto? 

Pur troppo ha nel mio petto. 
Amor fcggio, e ricetto, 

Qual Deità Celefte, 
Già mai t'accefè il (èno? 

Può folo Alma coflanre. 
La ferita (coprir, ma non 1' Amante 

Chi di ero uar defia. 
Medicina ed aita. 
Scopra infieme, e T Amant^^ e la ferita. 

Jo che te folo adoro, 
Jo che d'acuto ftrale. 
Ferito il cor mi lento , 
]o che per te mi moro, 
A te dolce Contento , 
Per trouar refrigerio al cor che geme. 
Scopro r Amante, e la ferita infieme» 

r Oime eh* afcolto/ ecco queft' altra, ahi laflài 
\ D' effcr ficura inuan prefumo, e /pero. 

Sotto mentite fpoglie. 

Da gl'oltraggi d' Amor vano, e leggiero 5 

Poiché r edèr (m' aueggio) 

Femina e mal : ma T cffcr Ma(chio è peggio. 

Oime , par che fi fdegni/ 
Alma di quefl:o core. 
Non ti fdcgnar s' io t' amo« 
Quc(^p amorofo ardore, 

Ond'io tutta mi ftruggo, auampo, &: ardo, 
Na(cc lol (dolce Ben^ dal tuo bel guardo* 

S' io 



tnone. 



Fflinda. 



Snotte* 



Fi/ifiJa* 



Cnone. 

Fìimdat 



FiikidM, 



E»9ffe* 



FitmeU, 

Eìione* 
FUinda* 






\ ■ Sìo t amo, e 5 fo t adoro, 

j Vita de T alma mia > 

* Colpa di me non fìa. 
Ma fol de tuoi begl' occhi* 
De tuoi begl' occhi, ond' io fön vinta, e accefij 
Di que begl' ocrhi (ahi laflà) 
Che co», lampi <li foco , i 

Hcbber fi pronta a danno mio T ofFcfa. 

Come ferita lei, ; 

^O che ftrana follia /j da gF occhi miei? v 
Homicida già mai non fia 1 mio guardo. 
Clic per ferir Donzelle io non ho Dardo. 

Dardi al mio core auenca, I 

I Con difufata forza, ^ 

'-Amor clV armato entro que'Iumi alloggia. 

,^ Chiedi ad Amor pietà, s' Amor c'accora; 
Colui che ti piagò, u fani ancora. 

Puoi tu fol rifanar T afpra mia piaga. 
Gcptìì Fanciulla, e vaga> 
Sodisfar io non poflb al tuo defio. 
Se ciò che brami tu, lo bramo anch' io. 

Perche appagar tu non mi puoi? fé brami 
Ciò che tanto defio, dunque cu m ami 5 
,E^fà eh 'altro non voglio (o me beata/) 
eli effer da te dolce mio core amaca. 

Tu languirci, io languifco: 
Egual Deftino accoppia. 
La tua con la mia voglia. 
Ne confolar fi può doglia con doglia. 

, Narrami il tuo dolore. 
Idolo del cor mio. 

Difcoprir nó'l poss'io, 
Palefàtomartit/aifimcn graue 5 
Ne trouar* al Tuo duol pace ioaue, 
Pup chit^citQ adoxa 5 



1 



1 



:\ 



Ì 



ChTnafconde il fuó mal Jeenò e che mòra. 



Coflci 



$noHe* 



Fìlinda. 



Snone. 
Fìlinda. 



Enone. 



Coftei pur mi tormenta, e non m' intende: 
Ed io qui (piego ai venti, 
Metaforici detti, e ofcurì accenti. 

Di fallace fperanza, 
Vò che fi pafca il core, 
£ acciò da me fi parta, 
Finger d' amar con fimulate ardore. 

Già cIV in Corte mi trouo, 
Vopo mifia di cortigiana ufinzas 
Poiché con opre, e con parole accorte. 
La Simulation fta Tempre in Corte. 

Jo t amo o Bella, & ho nel cor fcolpita. 
La tua vaga beltà dolce mia Vita. 

r Ma per breue dimora , 
Confenti almen pietofa, 
C nomai mcn vada a ripolare il fianco. 
Che da un lungo camino. 
Tutto mi trouo addolorato, e ftanco. 

Se fianco hai pur di ripolar defio, 
Ripofa entro' 1 mio grembo, 
lAnima del cor mio. 

Dunque tu m* ami > 

Jo t'amo anzi t' adoro. 

Mentre in fi dolci, e dilettofi accenti. 
Ver me la lingua (ciogli, 
Da fouerchia dolcezza , 
Entro 'I mio cor trafitta, 
O de X anima mia dolce riftoro, 
Jo vengo meno,impalIidifco, e moro. 

Moro aneli io fé ti miro, e fol defio. 
Entro un candido (èn morire anch' io. 



JF///W. Ene, ' Entro X accefo ardore, 

p rmio moriam d amore» 

Con fortunata forte. 

Che nel Regno d' Amor vita è la morte« 



SCE. 



SCENA XII. 

PUZZA col PALAZZO REALE 
in Projpetto^ 

ERntilio perdona ad Hìrfeno } iteiHAtcòH Ergauro procura di ìiedtr* 
'gli U ferita: ma non trovando fi in^ Ermtllo Altra ferita^ che t im* 
presßoncy Hirfènofe ne rallegrai e con ejfoluiß parte. • Srgauro refìa 
attonito, e flupefatto della fciocehi&ta d' èrmillos Ö* hanendo intefd 
auuieinàrfi il (empó deäe Wozze di Paridi ^ con Menai ßabilifie S 
porger anch' egli allegrex^a afeßejß» 

Ermillo,Hirseno, Ergauro. 

BrmiUo* f^Eh non ht più eh* io Tenta > 
1-^Di tue preghiere il iùono : 
O eh' io viua, o eh' io mora, io ti perdono. 

tìtrfeno, E Un effetto il perdono , 

Di piaceuolc ingegno, 
E magnanimo cor moftra, e palefa > 
Colui eh* è pronto a perdonar 1* offcfa* 

Ergauro, Scorgcr*hor* hot potremo , 

Se quella uia ferita. 

Sia leggiera, o mortale. 
Bfmiùò. Oimc (bccorfo, aita, 

Nouo dolor m^alTale. 
Ergauro. Stendi, ftendi le braccia. 

Softienlo tu fin ch'io gli (cingo il petto* 
Hirfiné, Di(caccia pur,difcaccia 

Ogni tema di morte, ogni (bfpetto, 
Ergauro, Ma doue è il fangue? o (ciocco! 

Credi d' efTcr ferito, e non fei tocco. 

ìiirfeno. Fortunato fon io, 

Se ciò fia ver. — ^ 
Brmillé^ — . T* inganni. 

Che pur troppo ferito è il petto mio. 

Ergauro. ComC fctitO è il pCttO, 

Se pertugio non hai ne men fu i panili J 
Erntilto. Dunque è ver eh* io deliro ? 

Hirfino. La tua ferita Ermillo, 

Fu timor, non effetto. — 
Ermillo. .— . Oime rcfpiro. 

Andian. 



mi^ff9^ Andiànnc, e nel tao core. 

Raffrena homai d'ogni timore il moto. 

^r^wré. Ed io pien di ftuporc. 

Muto rimango in un fol punto, e immoto. 

O fciocchczza infinita, 
D' un animo leggiero / 
O ftuporc / o portento / ed e pur vero, 
eh' improuifo timore il fangue agghiaccia, 
-E abbandonato il core. 

Dal fuo natiuo ardore, . ,a 

Timido poi r impresfioni abbraccia. 

Ma già che per mirar Nozze fi belk. 
Già fugate Je Stelle, 
Con armonia gioconda, 
Lieto fivmoftra il Ciel/la terra, e Tonda: 

Co'l Vin dolce, e dilicato, 
A la mia Lifetta apprcffo, 



•^ 



Eflèr voglio anch' io beato. 

Poich' il bere, 

E un piacere. 

Che mi fta nel core imprcilb: 

E con dolce contento. 
Fra J' ardor degl' amori, e quel del fiafcò. 
Mille volte in un di moro, e rina/co. ^ 

SCENA Xill. 

J\RrmMFarid^i (f Helena in Troja^ Snone gli Ifede, e fi rammarica^ 

Paride, Helena, Ekone. 

r^ì^ìie, r-^Uefte Mura beate, 

^^Saran di tua Beltà degno riccttOé 

Helena^ Altra ftanza il mio pctto, - ■» 

Non jlcfia che 'I tuo core , 
Per viucr lieta entro al beato ardore. 

f Aride. Ahi che '1 mio cor da quello petto u/cio. 

Sol per viuer in te dolce cor mio. 

Cieli 






Emm. Cieli che veggio? Amor ehe miro? ahi forte? 

' O fperanzc infcìici , 

Nel mar d'Amor, fra le Temperie ahfo^tef 

Fnride. Anima del mio cor, (ci forfè fianca , 

Di fi Itmgo viaggio? 
Helen*. Stanca non fon, che de tuoi lumi ili^ggio. 

Entro il mio petto ogni vigor rinfranca. 
Enone^^ Qucfta fiä la cagionc, 

Per cui tradimmi il Ttaditor fellone. 
^ariäe, Andiannc dunque, andiamo, 

A jiccuer' homai, 

Da' miei gran Genitofi, 

I meritati honori. 

SCENA XIV. 

P Nome p duole amaramente d' eßere fiata abbandonata da P aride y^jt 
^'~*dopi>o una lamentevole ejfaggerättone ß par^e j ri/o luta di morire^nf 
^er non viuer in continuo tormento. 

Enone, 

MA perclie non uccido. 
Il Traditore infido ? 
Mora TEmpio. no no viua pur viua^ 

II Disleale indegno^ 
Serbifi pur lo (degno. 

Alma che faggia a vendicarfi alperta, 
Fa con danno maggior poi la vendetta. 

Perfidisfimo Amante, 
D'ogni Moilro Inièrnal Moftro più fero 5 
Fu quello il guiderdone. 
De la mia fc, de l'amor miofincero? 
l>)po eh' arfi coftante , . , 

Al (baue fplendor del tuo bel volto, 
Dopo e hebbi rac<:oJto , 
Per te nel feno un vallo mar d'affanni. 
Con bugiarde promeffe, e veri inganni. 
Senza prender pietà de niiei tormenti. 



(O Traditor crudele!) 
Abbandonarmi^ é fcior le vele ai venti? 



Ah 



Ah che furotì bugiardi i tuoi folpìri: 
Ah che non fu mai vero. 
Clic icintilla <d' Amore, 
Per me t ardeflfe, e incenerifle il core: 
Ah che non fofti amante, o (è pur fofti. 
Fotti ibi per tradir chi t era amante. 
Vario in amar^ ma in variar coftante. 
E moftrafti (Infedele) a T ardor mio, 
Lufinghiera pietàj verace orgoglio , 
E coftanza di vetro, e cor di fcoglio* 

Che farò sfortunata? ah più non fia» 

Che m' inganni, o m' alletti, ^ 

Aura dolce di fpeme, 

D* impietofir Colui clVal mio dolore. 

Armò di Ghiaccio, e di Diamante il core« 

Che 'l Disleale infido, -. • 

Di mille morti reo, 

Già che la data fede, 

E me dolente abbandonar potco. 

Dee coiX;^tdöio rilß),'-*«-*^» "^* 

Dolcemente gioir de%niief)ehc, 

Hor che gode d* Amor Thore fercnc, 
I In amorolò impaccio, 
LCia fatto amante ad altra Donna in braccio» 

Che farò dunque? ahi laffa.' 
Viurò fol per lauguire? 
Languirò forfè intanto. 
Per viuer (èmpre in pianto ì 
A morirei a morire! 
Abbandonata, e priua. 
Di conforto , e d* aita , 
Più non curò là vita, 
Più non fia ver eh' io viva. 

u 

Già eh* a morte Amor mi chiatiià, 
Morirò lieta, e coftante 5 
E potrò fatt'ombra errante. 
Agitar chi mi diiàma. 

ifFor, 



2» 

Forfè ^ncor chi mi tradifoei 
Proucrà tormento eterno, 
E faralli un crudo Inferno, 
Quel bel Ciclo, in cui gioircc. 

Mori dunque Infelice/ 
Sàtià puf col morir f empia tua fottcl 
Mori mifcra Amantt/ 
Porgi homai con Ja morte, 
Vn tenebrofo oblio , 
A tanti afTanni, a tantt pcne>c tante! 
Mora» mora il cor mio? 
Poiché s^ indarno ogti* alerà aica io chiamo. 
Per ufcir di cordoglio. 
Altro piacer che 1 mio morir non bramo: 
E in fi mifèro flato, 
A quefto core amante, 
Priuo (ì ogni fperanza, 
Per ifcampo al morir fol morte auanza. 

Cofì da miei tormenti. 
Pia eh* ogni Ninfa apprenda , 
A non creder già mai eh' auampi & arda» 
Iniiamotato ircore, 
i Quafhor Lingua bugiarda, 
Con lufinghieri accenti. 
Scopre ifìamma d* Amore: 
Poiché tal' hor fi troua^ 
Che d*Alma infida, Se a le frodrauczza, 
Ciò che prega la lingua il cor di/prezza. 
E chi prefume, e fpera. 
In giouenil Bcltade, 
TróUaf coftanza, e fedeltà fidcera» 
Spende indarno T etadc 5 
In yan rpcra,in van prega Jn vansafFanna, 
Chi fi fida in Altrui, fc Scilo moanna. 



I 




^emèa. 



SCENA. XV, 

SAI 4 REALE. 

WyRUmo,(f'ffecu&a, accompagnati da tutti gf altri Pfenclpi^ Princi- 
*■ peffeTrojane^lodatìo le Bellezze d'' Helena, ed ella fi dedica ad AmeU' 
due per Figliuola* Esprime la perdita fatta del fido Regno per /eguir 
Paride s e Priamo-, prométtendole maggiore Imperio, la concede a Pari' 
de in Moglie, Xio'l Ballo, che poi/egue di Prencipi, e Principejfe , fini'- 
xfce il Quinto JttOj e tutta /' Opera infiemeji, 

Priamo, Hecuba, Paride, Helena. 

Totti gl- altri PRENCiPi,e Principesse, 

che «on cantano» 

Qiial lingua già mai. 



P 

•--'Lodar procebbc a pieno. 

Il Gcleftc Sereno, 

De tuoi lucenti rai? 

Le tue Bellezze rare. 

Al par del Sol fon lumino/è, e chiare. 

ariamo. Tanta'beltà non uuolcp 

Lode caduca, e frak. 
Taccia lingua mortale 5 
Che per lodare un Sole, 
Forz* è che fempre innamorate, e belle. 
Su la Cetra del Cicl cantin le Stelle. 

meknn. Q^x io fia, voftra fono 5 

E Figlia, e Serua a voi mi iacro, e dono. 
Prìam,Hec[ Come Figlia t'abbraccio, 

« 1 Padre ì . . ,, 

E come K,. }= intenerito il core, 
\Madre] 

N^l dolce affetto io mi diftruggo, e sfaccio. 

Paride. Padre, qnefta, e Colei, per cui mi moro, 

Qucfta, e quella Beltà, che tanto adoro, 

Helena, Padre, quefto è Colui, eh' è la mia vita > 

E per lèguir fi prctiofo Pegno, 
Il Conforte lafciai, la Patria, c'i Regno. 



Figlia, 



ffìmè. %Iià, 6 Figlia gif à45tà| 

Deh confol'ati homai i 
Se la Gf cdà Iafciafti> 
Hora in Frigia potrai, 
Poflcder forcudata^ 
Con più fiiblinie>c pia felice Softe» 

Rcgno> Patria, e Con fotte. 

« 

E tu iFìglió adorato^ 
Hot ch^Himeneo f Anime Vofttc iàcco^f^ 
Con acce& facetìas 
Seguì il voler del Fato» 
Prendi put la tua Bella, 
£ la fua man con la tua m^W) àdldòppi^ 

Quclfinirtìcnià Bellezza* 
Ch^ i cuoi fofpiri innamorata accoglie» 
Còri Jnteta fermezza, 
Se'l cor ti die, ti fia còuceflà m Moglie 

i^xri^. Gioifca queft' Alma. 

Coìn dolce diletto, 
E goda il mio petto > 
D' Amore la Palma. 

^'''*' Nel dolce còntent<^ 

Ch* Amóre m' addita, 
Sìa pure infinita > 
La gioia ch'io fèntò. 

^Mi^.M 5Ì3j^ teneri ì piami> 
Sian dolci i fofpiri> 
Ei noftrì defiri, 
Sian (èmprc coftatiti, 

tt.'ffec. uy. Se fia dolce t ardore^ 
D'un iAcefTaiite amorc> 

Al Canto, al Suòno, a f Àficgtèzèà, àì Baììd. 

Ballo di pRENcipt, fe Princi pesse. 

ILFINE» 

'f Erro« 



Errori accorfì nello ftampara. 



¥cgho 


Facciata 


J^ 


erfi 


Errato 


Corretto. 


A 


4 


^ 




ìeggero 


leggiero 


^ 


I 


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bendritto 


ben drrttó 


£ 


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3Ò 


Elena 


Helena 


G 


t 


19 




Entro 


Dentro 


H 


i 


27 




Sol 


^1 


i 


I 


i^ 




Cintià 


Cinthia 


K 


1 


Ì2 




Entro 


Dentro 


M 


4 


3i 


- 


Ahi 


Panale, Ahi 


N 


4 


2; 




dirugguaglianzà 


difagguaglianzA 


V 


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lentro ai 


entro il 


X 


4- 


i 




protebbé 


potrebbe 


X 


4 ' 


iS 




qnefta 


quefta 



Negi Argoménti« 

X linea prima, leggi. Préncipi, e PrincipelTe, 

Gf altriß rimettono al giudiào del Leftorf% 



Dòue li Gargafò 
Viue Paftor 

Itene dunque 
L' ambafciate 

Doue l'iftefla 
Non feppcj 



Vcrfi del Caualict Marino* 



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